IL CORANO E LE URNE |
| Scritto il 25/06/09 alle 00:36:30 GMT pubblicato da Una_via_per_Oriana |
Questo articolo è tratto da un articolo di Reuel Marc Gerecht apparso sul New York Times il 21 giugno 2009 Indipendentemente da quello che accadrà in Iran dopo queste elezioni truccate, una cosa è chiara: non stiamo assistendo esclusivamente ad una lotta per il potere fra personaggi che hanno collaborato intimamente per oltre 30 anni, ma ad uno sgretolamento di quell’ideologia religiosa che ha influenzato il moderno fondamentalismo islamico dalla creazione della Fratellanza Musulmana in Egitto nel 1928. La Rivoluzione Islamica in Iran ha cercato di unire due idee incompatibili: teocrazia e democrazia. […] Fintanto che Khomeini era vivo e che l’Iran era in guerra con l’Iraq, la tensione fra questi due aspetti non è stata troppo acuta. Ma dopo la sua morte nel 1989 la voglia di democrazia - che aveva ispirato la rivoluzione - iniziò nuovamente a serpeggiare fra la popolazione. Con la campagna presidenziale di Mohammad Khatami nel 1997 questa voglia esplose e paralizzò per breve periodo l’elite teocratica e il successore di Khomeini, l’ayatollah Ali Khamenei. La legge di Dio e la volontà della popolazione non erano più compatibili. Per sfortuna di Khamenei – che tuttora ricopre la carica di leader supremo - Mir Hussein Mousavi, il candidato “sconfitto” dal presidente Mahmoud Ahmadinejad alle scorse elezioni, si è trasformato in un nuovo Khatami – con la differenza che è molto più forte. Mousavi manca delle credenziali riformiste di Khatami , ma è un politico d’acciaio. E la frustrazione per il mancato successo del presidente Khatami è cresciuta esponenzialmente all’interno di una generazione che è sempre meno rispettosa dei mullah e dell’ideologia rivoluzionaria. Quindi quello che stiamo osservando con le attuali manifestazioni non è solamente la fine della prima fase dell’esperimento democratico iraniano, ma il crollo delle fondamenta del sistema politico islamico , che non è compatibile con i sistemi di governo moderni basati sull’autodeterminazione. L’imperativo categorico dei fondamentalisti e dei tradizionalisti musulmani, ovvero il “promuovi ciò che è buono e proibisci ciò che è sbagliato”, ha subito una trasformazione. Questo imperativo compare più volte nel Corano. Storicamente è stato concepito come un modo per controllare il lato corrotto e libidinoso dell’animo umano. Per i militanti islamici moderni è ancora un grido di guerra – e serve a giustificare la polizia morale dell’Arabia Saudita e dell’Iran, che “perseguita” le malvelate dal Cairo a Copenaghen. L’ayatollah Khamenei cercherà in ogni modo di ostacolare il trionfo democratico in Iran, perché questo consentirebbe agli uomini – e non a Dio e ai suoi fedeli guardiani, i mullah - di stabilire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Gli occidentali farebbero bene a capire la dimensione di quello che sta accadendo nella Repubblica Islamica. La Rivoluzione Islamica del 1979 diede una scossa all’intero mondo musulmano: per la prima volta i militanti islamici tentarono di dimostrare che “l’Islam ha tutte le risposte” – o per lo meno che è capace di guidare uno stato moderno e allo stesso tempo di rendere i cittadini buoni figli di Dio. L’esperimento si è rivelato fallimentare. La cosiddetta rivoluzione del 12 giugno è la giusta risposta alla convinzione – ricorrente nella storia islamica - che il mondo possa rinascere ispirandosi alla virtuosa comunità del profeta Maometto. In seguito alle elezioni presidenziali milioni di iraniani hanno dichiarato – lo hanno anzi urlato dalle piazze – di non volerne sapere del “sogno” dell’ayatollah Khomeini, che si è trasformato in un incubo. Indipendentemente da quello che farà l’ayatollah Khamenei – nel suo discorso di venerdì scorso ha dichiarato di voler lanciare una dura repressione contro i dissidenti – questo messaggio non cambierà. La repressione che ha schiacciato il movimento riformista riunitosi intorno a Khatami nove anni fa, di fatto lo ha reso più forte. E ha portato fra i suoi ranghi Moussavi, un discepolo di Khomeini, che ha dimostrato di non avere simpatia per Ahmadinejad o per il leader supremo. […] Non si capisce bene quale sia la posizione di Moussavi sulla democrazia, ma gli converrà tenere conto della popolazione più di quanto abbia fatto in passato Khatami - che nonostante alcune differenze superficiali non ruppe mai con i suoi confratelli né si liberò dell’idea che i fedeli hanno bisogno di una supervisione del clero. Sicuramente Moussavi non è il riformatore ideale – fu primo ministro negli anni ’80 – ma è circondato dagli uomini più lucidi del paese. Il regime ha cancellato quasi tutto il capitale intellettuale del paese ed anche fra il clero le menti migliori – fra cui il grande ayatollah Hossein Ali Montazeri – hanno preso le distanze dall’ayatollah Khamenei. Il parallelo con il resto del mondo islamico mediorientale è semplicemente impressionante. Nei posti dove governano le dittature secolarizzate gli individui più illuminati sono attratti dalla causa islamica. L’indegnità morale di questi regimi annulla tutti i pregi della loro occidentalizzazione. I fondamentalisti islamici spesso chiedono democrazia perché è l’unico modo pacifico che hanno per scalzare i propri governanti, ma anche perché credono che i Musulmani siano davvero dei “buoni’’ Musulmani. Credono che la democrazia renderebbe le loro società più virtuose e ritengono di potersi servire della tradizione per promuovere il bene e vietare il male. Fino ad ora la Repubblica Islamica ha esercitato una influenza eccezionale sugli Arabi devoti, dipingendosi come uno stato virtuoso dotato di un alto livello di democrazia – sufficiente da garantire legittimità e stabilità. Ali Larijani, portavoce del parlamento e genio del male, responsabile della repressione del movimento riformatore dell’epoca di Khatami, ama elogiare i pregi della democrazia iraniana quando si reca all’estero e non perde occasione per accusare gli Stati Uniti, che secondo la sua opinione preferiscono le dittature secolarizzate. Ora il regime del clero non può più permettersi di dire cose simili: gli Iraniani sanno bene che cos’è la teocrazia e per questo vogliono il secolarismo. In Iran sono sempre più numerosi quei membri del clero che vedono nella separazione fra chiesa e stato l’unico mezzo per salvare la fede dalla corruzione del potere. Gli Iraniani ora vogliono modificare il precetto etico del Corano in un comandamento democratico: nulla di buono può nascere senza il voto della popolazione. I chierici che appoggiano la democrazia in Iraq si stanno muovendo in questa direzione, ma gli Iraniani, che sono molto ferrati sul concetto di stato e chiesa, saranno decisamente più audaci. Senza volerlo Moussavi – ed indirettamente anche Khamenei, che si è battuto strenuamente per tenere l’ex primo ministro lontano dal potere – hanno avviato il conto alla rovescia per la Repubblica Islamica. Possiamo solo immaginare quali saranno gli effetti del crollo della teocrazia iraniana sul resto del Medio Oriente. Anche se i governanti sunniti della regione hanno attaccato in maniera virulenta Ahmadinejad e l’ayatollah Khamenei (per non parlare di uno stato sciita dotato dell’arma nucleare), sono spaventati dall’idea della nascita di una vera democrazia in Iran – da sempre lo stato più dinamico della regione. E i fondamentalisti sunniti arabi saranno costretti a confrontarsi con il potere della democrazia e dovranno infine capire, anche se con riluttanza, che Dio non può essere l’unica fonte della legge morale e civile per i Musulmani. E la politica americana? Gli alleati dell’America non possono che accogliere a braccia aperte la sconfitta di Khamenei. Questo fatto potrebbe però complicare le cose al presidente Obama. Egli dovrà prendere comunque atto di una cosa: la popolazione iraniana non sta combattendo per il nucleare ma per la libertà. Anche se l’ayatollah Khamenei trionferà questa volta, alla fine il presidente americano dovrà schierarsi a favore della verità. Non ha niente da perdere: il leader supremo non rinuncerà mai al nucleare, e più il regime diventa minaccioso in casa propria, più lo sarà all’estero. […]. Reuel Marc Gercht, collaboratore della Fondazione per la Difesa della Democrazia, ex specialista delle attività della CIA in Medio Oriente. |
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