IN QUESTURA A MILANO ESISTE UN FASCICOLO PERSONALE SU BOFFO |
| Scritto il 05/09/09 alle 13:15:26 GMT pubblicato da Una_via_per_Oriana |
PRIMA CHE SI ALZASSE LA BURIANA, IL CARTEGGIO ERA CUSTODITO IN ARCHIVIO. ORA, NON C'È PIÙ La storia di Dino Boffo sembrava chiudersi con le brusche dimissioni del direttore dell'Avvenire. Fino al giorno prima ha sparato pagine di autodifesa, raccogliendo consensi, per poi abbandonare la trincea così, come se si sentisse colpevole, oppure, peggio, solo o indifendibile. Non sappiamo se esistano altri motivi oltre a quelli indicati nel commiato, inviato al cardinale Angelo Bagnasco prima di lasciare la direzione. La domanda diventa concreta quando si apprende che in Questura a Milano da tempo esiste un fascicolo personale intestato "Boffo Dino". Prima che si alzasse la buriana, il carteggio era custodito in archivio. Ora, non c'è più. Tecnicamente è "in trattazione", ovvero un ufficio l'ha richiesto per "lavorarci" sopra. Per consultarlo, compiere verifiche o, magari, accertamenti. L'ufficio in questione è quello della Digos. Il dirigente, Bruno Megale, quello che aveva "gestito" la vicenda delle inchieste sulla rendition di Abu Omar, è in ferie. Impossibile saperne di più: nessuno dice nulla. Segreto. Se la Digos ha preso quelle carte quando la vicenda Boffo è finita sui giornali, quindi già una settimana fa, ci possono essere solo tre motivi. O si è voluto "blindare" il fascicolo. Impedire quindi che qualche "manina" passasse le informazioni ai cronisti. O gli investigatori su indicazioni del ministro Bobo Maroni hanno voluto verificare che all'interno non ci fossero informative, note, appunti sulla presunta omosessualità del direttore dell'Avvenire. Un dettaglio che ci avrebbe portato ai tempi bui del Sifar. Oppure, ipotesi remota, ci sono delle indagini in corso. Sapere perché questo fascicolo è finito sotto chiave sarebbe interessante. Ancor più interessante conoscerne il contenuto. Di certo né raccomandate, né multe della polizia municipale o verbali dell'annonaria ma documenti forse rilevanti, magari capaci di dare l'impronta a quanto accaduto e che oggi all'istante sono finiti lontani dagli scaffali degli archivi. Non c'era nessun anomalia sulla presenza di questi documenti. Boffo è residente a Milano e il fatto solo di aver subito una condanna determina l'apertura di un fascicolo personale. Cosa diversa è se da quel fascicolo dovessero uscire altre o diverse storie tali da posizionare Boffo in un inedito contesto. Non necessariamente negativo. L'ex direttore dell' Avvenire poi potrebbe persino risultare parte lesa di un'attività informativa non legittima ma già smentita dal ministero dell'Interno. In questo scenario si inseguono le indiscrezioni che in mancanza di un quadro certo alimentano solo, al momento, confusione come quella che vede nel "recupero" e nella "sparizione" del fascicolo un'iniziativa sì della Digos ma dettata da uffici esterni ovvero dall'Aisi, l'ex Sisde. Gli 007 avrebbero quindi voluto aver contezza di quanto era stato raccolto in Questura sul direttore del quotidiano della Cei? Difficile, improbabile anche perché non rientrerebbe nelle loro competenze. Di certo quel fascicolo dov'era non c'è più. E questo solleva interrogativi, dubbi che andrebbero chiariti. Anche perché della vicenda di Terni, di quelle molestie, di quella sentenza ancora oggi si conosce poco, pochissimo. Dettagli che non dicono abbastanza di quest'uomo che a un certo punto, proprio quando la Chiesa spende parole dure contro chi lo critica, mezza stampa lo eleva a martire, la redazione lo sostiene, la storia dell'informativa vacilla aprendo varchi insperati, ecco proprio adesso getta la spugna e si dimette. Vittorio Messori Non si può legare la storia del fascicolo alla scelta di Boffo, che può essere benissimo dettata solo dal peso della situazione. Né, ribaltando lo scenario, si può indicare nel fascicolo la causa delle mosse felpate del Vaticano, di quei segnali trapelati, delle parole di Vittorio Messori che scandivano la distanza gelida che stava creandosi. Ma considerare che questo carteggio nulla c'entra con tutta questa storia, che non offre chiavi prospettiche, ci porterebbe con ogni probabilità su una strada sbagliata. 2 - LA LETTERA DI COSSIGA A BAGNASCO: BOFFO SE L'E' CERCATA! dal Corriere della Sera - «Quelle dimissioni doverose» Signor Cardinale, I recenti avvenimenti che hanno riguardato il dottor Dino Boffo, direttore de «L'Avvenire», quotidiano della Cei, mi hanno profondamente addolorato come uomo, come cittadino e come cattolico. Nato in una famiglia borghese, radical-repubblicana e laica, con importanti radici massoniche, ho militato nell'Azione Cattolica quando questa era «azione» e «cattolica», dunque movimento di apostolato laico per mandato della Gerarchia Cattolica e alle dipendenze del Papa e dei Suoi vescovi diocesani, dipendenza di cui si gloriava senza alcuna mania o velleità di «indipendenza». Sul piano politico sono stato iscritto al partito della Dc, militando nella sinistra di Base, e per questo partito ho sempre votato. Quando esso si trasformò, sotto la guida di Mino Martinazzoli, nel Ppi, è a questo partito che diedi il mio suffragio e, confluito poi questo prima ne La Margherita, poi nell'Ulivo e poi nella coalizione dell'Unione, a questi raggruppamenti diedi il mio voto, nelle urne e nel Parlamento. Ho dato il mio voto anche al Pd. Su posizioni di minoranza, sono stato sempre schierato con il «cattolici infanti», contro la stragrande maggioranza di «cattolici adulti»: laici, religiosi, presbiteri, vescovi e, salvo Lei e altri tre o quattro, anche Cardinali, residenziali e di Curia. Risponde al vero che io sono amico, molto amico, e da più di quarant'anni, di Silvio Berlusconi; e risponde al vero che mi considero, e spero di essere da essa considerato, amico della sua famiglia. Non ho mai votato per le liste del partito e delle coalizioni guidate da Silvio Berlusconi; ho votato la fiducia al governo da lui presieduto, così come ho votato più volte per i governi guidati da Romano Prodi. Ho seguito con dolore le vicende che hanno interessato il dott. Boffo, perché so, per testimonianza comune di amici del cui giudizio mi fido pienamente, essere un cattolico di specchiata moralità, e perché per molti anni è stato direttore del quotidiano della Cei, a quel posto nominato dal Card. Ruini e in quel posto confermato da Lei, suo degno successore, prelati che entrambi molto io stimo e di cui anche oso considerarmi amico. Premetto che non credo assolutamente che il dott. Boffo si sia macchiato delle colpe e dei «peccati che griderebbero vendetta di fronte allo Spirito Santo», colpe di cui è stato accusato di fronte all'Autorità Giudiziaria, dalle quali si è dovuto con poca fortuna difendere e per le quali ha anche dovuto patteggiare.Io credo che il Boffo abbia detto la verità; e che quindi si sia assunto davanti alla giustizia, per cristiana carità, le responsabilità di un povero ragazzo drogato che egli cercava di «recuperare», e che ne ha «tradito» la fiducia, cacciandolo in un brutto impiccio. Così facendo egli però non ha pensato ai guai nei quali poteva mettere il suo giornale, i suoi «sponsor» e, in fondo, non solo la Cei, ma l'intera Chiesa italiana. Uomo di grande carità quindi, il Boffo, ma di colpevole imprudenza! Egli ha fatto bene, per sé e per la sua famiglia, a dimettersi, per evitare che questa storia continuasse e tener le prime pagine, con una opinione pubblica che è portata a credere che ci sia del marcio anche quando il marcio non c'è e che coltiva per istinto il culto della «presunzione di colpevolezza». E bene ha fatto Boffo a dimettersi solo dopo che non soltanto la Chiesa italiana tramite il presidente della Cei, ma la stessa Santa Sede, indirettamente o direttamente, tramite il Santo Padre e il Cardinale Segretario di Stato, gli avevano confermato la propria fiducia; farlo prima di queste manifestazioni significative, avrebbe lasciato spazio anche nel mondo cattolico a dubbi e sospetti. Sono addolorato per quanto è accaduto al dott. Boffo e, pur con la dovuta carità, non posso tacere che impancandosi di fatto a nome della Chiesa italiana a giudice pubblico dei comportamenti, certo eticamente non commendevoli, di Silvio Berlusconi, non dico che «se la sia meritata», ma «cercata» sicuramente sì! http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/articolo-8980.htm |
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