L’Occidente è cieco e non vede il Male
Scritto il 18/09/09 alle 12:37:35 GMT pubblicato da Una_via_per_Oriana
Articoli e OpinioniL’ Occidente, cieco. Il fondamentali­smo, un’epidemia. Il dibattito sul multiculturalismo, vigliacco

Martin Amis, ex enfant terrible della letteratura britannica, sessant’anni ap­pena compiuti, per gli eccessi privati giovani­li, le mortificazioni imposte ai personaggi femminili e l’esaltazione della mascolinità nei suoi romanzi è stato definito un misogi­no; per le posizioni nette della maturità sul fondamentalismo islamico, razzista e reazio­nario.

«Nella mia visione non c’è nulla di ri­conducibile al concetto di razza — ci dice dal­la sua casa nel centro di Londra con voce cal­da, rassicurante, nessuna traccia delle asperi­tà passate —. Trovo irresistibili le società multirazziali, meticce, esotiche e colorate. Gli incroci tra culture sono un punto di forza ma detesto il fondamentalismo di matrice re­ligiosa, sia esso islamico, ebraico o cristiano; non c’è ancora un dibattito universale libero dal ricatto del politically correct.

Se Al Qaeda fosse un’organizzazione terroristica norvege­se, sarebbe molto più facile da combattere perché sui suoi persecutori non graverebbe il sospetto di razzismo».
Espressioni divenute celebri come «do­vranno soffrire finché non metteranno ordi­ne in casa propria», in riferimento all’ondata di diffidenza abbattutasi sull’intera comuni­tà musulmana dopo l’11 settembre, gli sono valse l’accusa di islamofobia.

Con lui si sono schierati amici storici come Christopher Hi­tchens e Ian McEwan; contro, l’intellettuale Terry Eagleton e lo scrittore Ronan Bennett convinti della natura «razzista» dei suoi ra­gionamenti da «uomo bianco» ebbro della propria superiorità civile e morale.
«Sono fermamente convinto — continua — che il 98 per cento dei musulmani detesti la strumentalizzazione politica dell’Islam, cre­do che il delirio di manipoli di giovani ferven­ti radicali che oggi hanno la meglio sulla mag­gioranza pacifica porti scandalo e vergogna in primo luogo alla comunità islamica».

Con la prosa elettrica, l’ironia sprezzante e le provocazioni a muso duro, Amis è ora vene­rato come uno dei massimi scrittori di lingua inglese viventi, ora considerato un privilegia­to arrogante. I suoi anti-eroi sono schiavi in­chiodati sempre a qualcosa, al sesso Xan Meo di Cane giallo , all’invidia Richard ne L’infor­mazione , al disfacimento Samson di London Fields o anche solo al proprio tempo come il debordante John Self di Money che ammette candido e irredimibile di essere «drogato del Ventesimo secolo».

Dopo La casa degli incon­tri del 2006, salutato dal «New York Times» come il suo lavoro migliore, adesso è scattato il conto alla rovescia per l’uscita nel 2010 del suo prossimo romanzo, più volte rinviato, The Pregnant Widow , «La vedova incinta», che da tempo fa discutere per le annunciate rivelazioni autobiografiche sulle trasgressio­ni del passato. Temerario nel seguire le orme di un padre ingombrante, quel Kingsley Amis grande bevitore, grande scrittore, comunista disilluso passato a destra dopo l’invasione so­vietica dell’Ungheria nel 1956.

Il punto di rot­tura di Martin è stato l’11 settembre. «Ci ha regalato un pianeta che stentiamo a ricono­scere » scrive ne La guerra sbagliata , uno dei 14 saggi e racconti della raccolta Il secondo aereo , e ha inaugurato «l’età dell’orrorismo», il tempo della paura scandito da un orologio che va all’indietro come accadeva nel roman­zo candidato al Booker Prize nel 1991, La frec­cia del tempo . Età dell’orrorismo o dell’estra­neità totale, che si condensa nell’attentato suicida inteso come «il non plus ultra della malvagità»; un tempo dal fondo indicibile, come l’orrore che chiude gli occhi al Kurtz di Joseph Conrad in Cuore di tenebra.

La voce esita, fa una pausa lunga per rian­nodare il filo e recuperare il nucleo più volte offuscato in anni di polemiche e fughe in Uruguay con la seconda moglie, la bellissima scrittrice americana con padre uruguayano Isabel Fonseca, che nel 1995 pubblicò il reso­conto di un viaggio di quattro anni sulle trac­ce dell’Altro per antonomasia, i popoli zinga­ri dell’Europa dell’Est raccontati in Seppelli­scimi in piedi . Per Amis enfatizzare la diversi­tà dell’altro rischia di far perdere di vista la dimensione universale di principi sui quali non può esserci compromesso. «Sbaglia chi, come la femminista Germaine Greer, denun­cia l’arroganza occidentale e riconduce a una fantomatica alterità culturale aberrazioni co­me certe forme di mutilazione genitale fem­minile ». Una seria analisi delle dinamiche del terrore deve svincolarsi dalle riflessioni sulle colpe passate e presenti dell’Occidente, pena la perdita di lucidità e forza nel contra­stare la malattia. «Di fronte all’orrore fonda­mentalista ogni discorso sulle responsabilità storiche delle ex potenze coloniali decade, so­no tutte scuse per nascondere la vera colpa del nostro tempo: incapace di vedere il male, l’Occidente continua a distogliere lo sguardo.

È doloroso vedere nascere e fiorire l’epidemia, la fantasia patologica che porta al delirio del­l’antiamericanismo, al terrore pianificato in Europa — è proprio di questi giorni la condan­na a Londra dei tre del piano transatlantico (i tre musulmani britannici progettavano di piaz­zare bombe su voli tra l’aeroporto di Londra Heathrow e città di Stati Uniti e Canada nel 2006, ndr ) ». Quelle che per lo scrittore resta­no le verità non dette inaridiscono lo spirito del multiculturalismo, messo a dura prova pro­prio nel complicato laboratorio britannico do­ve resistono enclave con norme e prassi talvol­ta inconciliabili con il sistema giuridico nazio­nale. «L’unica possibile convivenza poggia su uno sforzo per fare chiarezza e affermare con severità ciò in cui crediamo. Non rispetto chi usa la violenza per imporre la sua verità, non rispetto chi crede che l’onore macchiato vada lavato nel sangue, non rispetto chi pratica il culto della morte. Esistono pratiche intollera­bili, dai matrimoni forzati ai delitti d’onore, fi­no allo stupro coniugale e all’etica del marti­rio, e noi non possiamo temere di pronuncia­re queste parole».

Alla parola scritta resta un grande compi­to, «la speranza sta nell’educazione, nella cul­tura che potenzia la consapevolezza e l’indi­pendenza di giudizio. La scrittura è impor­tante se contribuisce a questo processo di emancipazione». Il grande pessimista non ha perso fiducia nell’umanità? «La folla non fa per me, è il terreno dove attecchisce l’ideo­logia — risponde ironico —. Credo nell’indi­viduo, nel singolo legno storto, come Kant chiamava l’uomo, nelle sue asimmetrie».

Martin Amis

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