Graviano, confronto da ridere |
| Scritto il 11/12/09 alle 10:22:19 GMT pubblicato da Una_via_per_Oriana |
Dopo Spatuzza, oggi a Palermo la deposizione dei fratelli Giuseppe e Filippo in videoconferenza dalle carceri dove sono detenuti al 41 bis Votai contro in Senato, assieme ad altri quattro senatori, due del centrodestra e due del centrosinistra, al decreto che rendeva «perpetuo», cioè eterno, il regime del carcere duro previsto dall'articolo 41bis, ritenendolo una barbarie, l'introduzione surrettizia della tortura nelle carceri italiane, una specie di Guantanamo. Quando ho sentito dalla viva voce di Gaspare Spatuzza, nell'aula della Corte d'Appello di Torino che tuttavia e almeno in certe occasioni il regime del 41bis viene (dis)applicato con grande spirito di tolleranza e senso di umanità, (molto all'italiana diciamo), non ho potuto che rallegrarmene e gioirne, io per lui e per i suoi amici Graviano. Spatuzza infatti ha raccontato che, nonostante gli ergastoli inflittigli per una quarantina di omicidi e sei o sette stragi — e il relativo regime del 41bis che gli era stato applicato fin dall'inizio a lui e ai fratelli Graviano — gli era consentito incontrare e parlottare con i due, fare da spola da un carcere all'altro e tra l'uno e l'altro fratello, discutere e decidere con loro sul da dire e da farsi, se e quando parlare con i magistrati e eventualmente dissociarsi da Cosa Nostra, e concordare come e quando e che cosa riferire agli inquirenti. E questo fino all'ultimo giorno, anche dopo aver conferito, secondo il cosiddetto colloquio investigativo, con il direttore della superprocura antimafia Vigna. Stando così le cose, solo a parlare di un confronto tra Spatuzza e i Graviano, alla ricerca di riscontri di quanto Spatuzza ha già detto, viene da sorridere e da compatire quanti si aspettano oggi a Palermo chi sa quali rivelazioni e colpi di scena. Rimarranno ancora una volta delusi. È di tutta evidenza che in questi lunghi anni di (semi)dura carcerazione, in cui hanno potuto continuare e approfondire la chiacchierata iniziata sedici anni fa a via Veneto ai tavolini del caffè Doney, Spatuzza e i Graviano si sono accordati su cosa dire e non dire e si sono divise la parti in commedia. Come da copione già ampiamente anticipato dalle deposizioni già verbalizzate dinanzi agli inquirenti di quattro procure: io Spatuzza faccio il «pentito» e racconto delle chiacchierate al bar Doney e al carcere di Tolmezzo; voi negate o non confermate, ma non mi aggredite e non mi scomunicate come «infame»; tutti insieme, io e voi, assicuriamo che ci rispettiamo a vicenda e ci vogliamo sempre bene. Una commedia perfetta. Non si capisce cosa c'è di tanto strano e straordinario da stupire i professionisti dell'antimafia fino al punto da gridare «Eureka, Eureka» e da promettere, attraverso i soliti cronisti creduloni e/o compiacenti chi sa quali incredibili e dirompenti sorprese. Si stupiscono proprio loro che non si sono stupiti quando un allegrone, molto più allegro e fantasioso di Spatuzza e dei Graviano, gli ha raccontato che Giulio Andreotti era sceso a Palermo per baciare Totò Riina e gli hanno creduto fino al punto di fondarci sopra «il processo del Secolo». Più interessante sarebbe se i Graviano, smentendo sé stessi e quanto hanno appena finito di verbalizzare, confermassero esplicitamente le «rivelazioni» di Spatuzza. Non solo nel senso di confermare di aver veramente raccontato a Spatuzza, quella volta da Doney, di «quello di Canale 5» e del «compaesano», «persone serie» che gli hanno consegnato «L'Italia nelle mani»: che questo di avere raccontato, per rassicurarlo e convincerlo a continuare a fare le stragi, al picciotto «pittore delle pareti» la frottola tipica sulla bocca di tutti i boss che parlano ai loro picciotti — sta tranquillo, la situazione ce l'ho 'nte manu — è persino plausibile, e l'abbiamo sentita, prima che nei processi, in tutti i telefilm e gli sceneggiati televisivi. Dovrebbero dire un'altra cosa i fratelli Graviano, e semplicemente che quello che hanno raccontato a Spatuzza risponde a verità e, di conseguenza, dovrebbero raccontare e provare dove, come, quando e perché hanno incontrato e parlato e trattato con «quello di Canale 5» e con il «compaesano». La cosa, se mai fosse possibile e dovesse accadere, sarebbe di straordinario interesse per il processo d'Appello al senatore Marcello Dell'Utri, il quale è stato condannato in primo grado in base a un preciso e circostanziato teorema dell'accusa, sintetizzato magistralmente dal pm del processo di primo grado Antonio Ingroia nella sua requisitoria finale. Dopo la cattura di Totò Riina, ha spiegato Ingroia ai giudici di primo grado, Cosa nostra si è spaccata in due fazioni. Una fazione era capeggiata dal cognato di Riina, Leoluca Bagarella, e dai boss stragisti più efferati, come i fratelli Graviano, e questi erano per continuare le stragi, portandole fin sul continente, e varare nell'isola un partito proprio della mafia, denominato «Sicilia libera». E così in effetti fecero, le stragi sul continente e le prime sezioni e e le prime liste «Sicilia libera» nell'isola. Un'altra fazione, capeggiata da Bernardo Provenzano era per finirla con le stragi e per cercare nuovi contatti con la politica, magari «attenzionando» i primi propositi di Silvio Berlusconi di scendere in campo. Alla fine, e anche perché Bagarella e i Graviano nel frattempo erano finiti anche loro in galera, in Cosa Nostra prevalse la fazione di Provenzano, che finì (così almeno spiega Ingroia) attraverso Dell'Utri per stabilire i contatti con Berlusconi. Il discorso fatto da Giuseppe Graviano a Spatuzza — se non solo veramente glielo ha fatto ma se rispondesse a verità e Graviano lo confermasse e fosse in grado di tentare almeno di provarlo — sconvolgerebbe letteralmente lo schema e il teorema dell'accusa, su cui si basa essenzialmente la condanna in primo grado di Dell'Utri: che c'entrano i Graviano e il loro scudiero Spatuzza, che erano con il partito delle stragi e di «Sicilia libera», anzi ne erano gli alfieri — e in effetti, mentre erano ancora seduti quella volta al bar Doney, preparavano la strage dell'Olimpico — che c'entrano proprio loro con le «trattative» con il «compaesano» e «quello di Canale 5»? Avevano segretamente tradito Bagarella ed erano passati con Provenzano? E come mai e quando e dove si erano convertiti al partito delle trattative e degli accordi? E come mai, essendosi convertiti al partito delle trattative e avendo persino concluso gli accordi, continuavano a seminare bombe dappertutto? Non sarebbe facile ai Graviano spiegare, e ancor meno provare un tale rovesciamento di ruoli e di prospettive. Ma se fosse vero, e se i Graviano lo confermassero e lo provassero, il povero procuratore generale al processo d'Appello dovrebbe rinnegare il teorema dell'accusa del pm del processo di primo grado, che finora e da due anni ha sposato e difeso, e dovrebbe inventarsi in extremis, per cercare di far condannare Dell'Utri, e comunque con tutt'altra motivazione, tutto un altro percorso e un altro teorema. Gaspare Spatuzza, sponsorizzato dall'accusa con tanto entusiasmo e con tanta precipitazione, finirebbe per giocare a favore della difesa. Come già è successo per le indagini e per i processi celebrati per la strage di via D'Amelio e per l'assassinio di Paolo Borsellino, che Spatuzza con le sue prime dichiarazioni (non è stato Vincenzo Scarantino, il falso mafioso e il falso «pentito» a cui avete creduto, a rubare la macchina imbottita di tritolo che ha straziato Borsellino e gli agenti della scorta, sono stato io), le uniche genuine e irrevocabilmente provate, ha letteralmente raso al suolo. Siamo a questo paradosso: che, tutto sommato, per i professionisti dell'antimafia e per l'accusa al processo d'Appello contro Dell'Utri, sarebbe meglio che Graviano non confermasse Spatuzza e continuasse a negare tutto. Lino Jannuzzi http://iltempo.ilsole24ore.com/interni_esteri/2009/12/11/1103393-graviano_confronto_ridere.shtml |
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