Multiculturalismo, perché ha fallito
Scritto il 12/07/08 alle 17:42:20 GMT pubblicato da Una_via_per_Oriana
ImmigrazioneIl multiculturalismo è in crisi.


Non riesce ad affrontare in modo appro­priato le difficili questioni che si a­prono in tutti i Paesi in cui è rilevante il fenomeno dell’immigrazione (non e­sclusi gli Usa, patria del melting pot). In Francia il divieto di indossare abiti che rivelano l’appartenenza religiosa rischia di vanificare lo stesso fondamentale di­ritto all’istruzione. In Spagna la legisla­zione catalana finisce per autorizzare la poligamia. In Italia provvedimenti di amministrazioni locali producono l’ef­fetto di ribadire l’inferiorità giuridica del­la donna immigrata. E soprattutto, un po’ dovunque in Europa, si chiudono gli occhi davanti a reati contro la persona umana. Oltre il multiculturalismo (La­terza, pagine 156, euro 16) è un libro che spiega le ragioni di questo fallimento, e descrive le distorsioni cui ha portato. L’ha scritto uno dei più autorevoli so­ciologi italiani, Pierpaolo Donati, ordi­nario di Sociologia dei Processi cultura­li all’Università di Bologna, il quale in­dica le possibili alternative. Contro la se­gregazione fra le diverse etnie o l’assi­milazione a un’unica cultura dominan­te, si può favorire il meticciato ma oc­corrono strumenti adeguati, dice.

Professor Donati, perché è giunta l’ora di abbandonare il multiculturalismo?
«Bisogna distinguere fra multiculturali­smo come realtà di fatto (che, per mol­ti versi, arricchisce la società), e multi­culturalismo come ideologia e come dottrina politica. Quest’ultima versione si basa su un immaginario collettivo ('tutti differenti, tutti uguali') secondo il quale ogni cultura deve essere consi­derata pari a ogni altra. In questo modo si alimenta il relativismo culturale, la frammentazione della società, e si crea­no nuove disuguaglianze. Alla fine, si propone tolleranza, ma si genera intol­leranza ».

Insomma il multiculturalismo non è al­l’altezza della situazione?
«Il principale difetto è la sua mancanza di relazionalità: invece di promuovere le relazioni di fiducia e cooperazione fra culture diverse, incoraggiando gli scam­bi, rende indifferenti le relazioni, e in questo modo distrugge la socialità. Iso­la le persone e le comunità, anziché con­netterle. Dove è stato applicato (soprat­tutto in Canada, Australia, Olanda, Gran Bretagna) ha generato una società fatta di segmenti culturali chiusi in se stessi. L’idea del rispetto e della tolleranza per le culture 'altre' ha prodotto incomu­nicabilità sociale e culturale, e non si rie­sce più a costruire il bene comune».

Nel suo libro, si afferma che il multi­culturalismo legittima comportamen­ti che arrivano a violare valori basilari della convivenza politica e civile. Può farci qualche esempio?
«Nei Paesi anglosassoni, alcuni reati contro la persona umana vengono or­mai depenalizzati o trattati con esen­zioni di pena, o altre 'esimenti', perché commessi in base a consuetudini di cul­ture particolari che giustificano quei comportamenti. Ad esempio, la mutila­zione di organi femminili, il matrimo­nio dei minori combinato fra i genitori, le violenze su donne e minori, sono fat­ti che trovano una difesa culturale (cultural defense) perché la dottrina del multiculturalismo li spiega come reati 'culturalmente orientati' (cultural offense). In questo modo, si rinuncia a far valere i diritti fondamentali della perso­na umana».

Come si può regolare la convivenza, quando le diverse culture esprimono valori radicalmente conflittuali fra di loro?
«Costruire un mondo comune è sempre difficile, ma è possibile individuare al­cuni criteri di fondo in grado di aiutar­ci. Innanzitutto c’è il criterio dei com­portamenti non tollerabili, cioè le azio­ni che violano la dignità della persona u­mana. Poi c’è il criterio della tolleranza, che permette l’esistenza di credenze, o­pinioni che possono essere non sanzio­nati, a patto che non si traducano in comportamenti lesivi della persona. A seguire, viene il criterio della rispettabi­lità, cioè dei valori che chiedono rispet­to attivo (per esempio, il velo della donna, qua­lora la si possa comun­que riconoscere in pub­blico). Infine il criterio della condivisibilità, che riguarda quei valori fon­damentali che cemen­tano la società perché promuovono la dignità di tutti. Penso ai valori i­scritti nella prima parte della nostra Costituzio­ne. Sulla base di questi criteri si può costruire un minimo di mondo comune rispettando le diffe­renze legittime».

Lei afferma che occorre una nuova se­mantica per affrontare la sfida delle dif­ferenze culturali. Di che cosa si tratta?
«Nel mondo moderno le differenze cul­turali sono state trattate in due modi: da un lato, si è affermato che sono espres­sione di lotte etiche per affermare nuo­vi valori (il che ha prodotto gli scontri fra le grandi ideologie dell’Otto e Nove­cento); dall’altro, si è sostenuto che le differenze sono incolmabili (l’individuo non deve relazionarsi a nessuno per es­sere una persona umana). Abbiamo bi­sogno di un’altra semantica per trattare le differenze. Nel mio libro, propongo u­na semantica relazionale, secondo la quale le differenze (anche quelle cultu­rali) sono modi diversi di plasmare la nostra identità, che si basano su rela­zioni le quali si formano non per oppo­sizione o esclusione dell’altro, ma attra­verso 'circuiti di dono' e quindi di rico­noscimento reciproco. Ho coniato l’e­spressione 'ragione relazionale', per di­re che dobbiamo sviluppare la ragione che si riferisce alle relazioni umane e so­ciali per rendere più civile e umana la società».

E come giudica la realtà del meticciato?
«Il meticciato è una mescolanza che in­corpora immigrati e minoranze, incro­ciando le differenti etnie così da forma­re generazioni che sono figlie di tante e diverse culture. La risul­tante è, in genere, una qualche forma di sin­cretismo culturale. In I­talia ha avuto finora scarso successo: nell’80^ delle famiglie nate dai matrimoni mi­sti, le violenze sono in aumento e l’epilogo è la separazione e il divorzio. Il meticciato non può essere una strategia di breve-medio periodo; è piuttosto un processo in tempi lunghi, che può prodursi solo in modo sponta­neo, per creare una società relativamen­te pacifica e accogliente. In teoria può essere un arricchimento comune, ma ri­chiede una forte capacità di compren­sione reciproca e un minimo di 'spirito condiviso'. Si tratta di condizioni osta­colate dalla globalizzazione, che tende a rafforzare le divisioni culturali ed etni­che a livello locale, per il senso di insi­curezza che provoca fra i gruppi etnici. In alternativa alla segregazione fra le di­verse etnie o all’assimilazione a un’uni­ca cultura dominante, si può favorire il meticciato ma con strumenti adeguati».

di Luigi Dell’Aglio
Fonte: Avvenire del 17 giugno 2008

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