IL CASO DELL'IMAM DI VARESE
Scritto il 19/08/08 alle 11:21:14 GMT pubblicato da Una_via_per_Oriana
Giustizia e IngiustiziaC’È UN GIUDICE A RABAT

L’antica storiella tedesca è nota: trattato con arroganza da Federico II di Prussia, un mugnaio di Potsdam decise di non arrendersi e di chiedere giustizia. La frase che pronunciò di fronte all’imperatore - «Ci sarà pure un giudice a Berlino» - è diventata lo slogan di tutti coloro che lottano contro gli abusi del potere. Quando il piccolo riesce a vincere contro il più forte, commentiamo così: c’è un giudice a Berlino.

È un commento e al tempo stesso la manifestazione del nostro sollievo: non sempre il mondo è ingiusto.
Forse da oggi entrerà nel gergo un’altra espressione, per definire non tanto la vittoria dei governati contro i governanti, quanto quella dell’efficienza contro la burocrazia; della severità contro il lassismo. Ogni qual volta registreremo un fatto di questo tipo potremo esclamare: c’è un giudice a Rabat.

I fatti sono questi. Su richiesta della Procura del Re presso la Corte d’appello di Rabat, la polizia italiana ha arrestato l’imam della moschea di Varese, Abdelmajid Zergout. I dettagli dell’operazione li racconta Stefano Zurlo a pagina 22. In sintesi: la magistratura marocchina accusa l’imam di terrorismo e chiede a noi italiani di spedirgli l’imputato per il processo.

Fin qui niente di strano. Singolare però è che la stessa accusa di concorso in terrorismo era stata mossa a Zergout anche dalla magistratura italiana.
Il 24 maggio dell’anno scorso l’imam era però stato assolto dalla Corte d’assise di Milano: e con formula piena.

I marocchini ora insistono dicendo che l’uomo è pericoloso, e noi potremmo pensare che sbagliano, perché la nostra magistratura ha già valutato i fatti e optato per l’assoluzione; o quanto meno potremmo pensare che siamo di fronte a due diverse interpretazioni entrambe rispettabili e fallibili al tempo stesso: colpevolisti i marocchini, innocentisti noi. C’è però un piccolo particolare.

Al processo celebrato in Italia l’imam di Varese venne sì assolto con formula piena, ma per un motivo molto semplice: secondo il pubblico ministero Elio Ramondini non c’era alcuna prova contro Zergout perché la giustizia italiana non aveva concesso le due rogatorie internazionali - in Marocco e in Francia - indispensabili per interrogare i testimoni. Alle ripetute richieste del pm, i giudici avevano risposto che i «tempi tecnici» erano troppo lunghi. Quindi: niente rogatorie niente testimoni; niente testimoni niente interrogatori; niente interrogatori niente prove; niente prove niente condanna. Per questo lo stesso pubblico ministero Ramondini, alla fine del processo, aveva chiesto polemicamente l’assoluzione «per impossibilità di ottenere le prove».

Ma le bizzarrie della burocrazia non erano finite. Una volta assolto, l’imam di Varese doveva comunque essere espulso e rimpatriato perché considerato «pericoloso» dal ministero degli Interni. Ma mentre Zergout e i suoi due coimputati si trovavano quasi già a Malpensa, il decreto di espulsione venne annullato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (non meno prudente di noi, quando si tratta di evitare accuse di razzismo). Alla fine dunque l’uomo poté tornare a Varese, alla sua famiglia e alla sua moschea. Salutò tutti con un doveroso «ringrazio la giustizia italiana, di cui ho sempre avuto fiducia».

Noi di fiducia nella giustizia italiana ne abbiamo un po’ meno. Non tanto perché siamo convinti che Abdelmajid Zergout sia colpevole: potrebbe benissimo essere innocente, per quel nulla che sappiamo di lui. Sappiamo però che, se non è detto che la magistratura marocchina abbia ragione, è certamente detto che la nostra ha avuto torto nell’impantanarsi nei «tempi tecnici».

Ora la Corte d’appello di Milano ha quaranta giorni di tempo per decidere se convalidare o meno l’arresto voluto da Rabat, e quindi può ancora succedere di tutto. Ma intanto la nostra magistratura un risultato lo ha già ottenuto facendoci sperimentare la nostra capacità di adattarci al nuovo. Una volta infatti invidiavamo la giustizia americana, o quella inglese, o quella tedesca o quella francese. Adesso, quella marocchina.

Michele Brambilla
da http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=284047

Commenti a questo articolo:
 
 IMAM  DI  VARESE, IMAN DI QUESTO PAESE
Scritto il 19/08/08 alle 20:59:48 GMT pubblicato da mriano
RIUSCIREMO A FARE DI QUESTO STRONZO UN EROE.

 intervista ala moglie
Scritto il 19/08/08 alle 22:24:11 GMT pubblicato da giuliana
Sul sito www.informazionecorretta.it viene riportata un'intervista rilasciata dalla moglie e pubblicata dal quotidiano Repubblica. "A me non interessa quello che dice Bin Laden, ma solo quello che predicano Maometto e il Corano" dice la moglie, credendoci tanto scemi da non avere ancora capito che Bin Laden , da fervente musulmano, sta semplicemente mettendo in pratica proprio quanto predicano sia Maometto che il Corano.
Pretendono di comportarsi come se fossero al loro paese(moschee per tutti, velo per le donne, scuole coraniche, centri culturali islamici, ecc.)e allora  come mai rifiutano il giudizio di un tribunale del proprio paese, dove senz'altro la loro cultura e le loro azioni, ma soprattutto la loro PREDICAZIONE sono comprese meglio che da noi?
Da bravo musulmano si affidi alla misericordia del suo Allah e si faccia giudicare, a testa alta, da un tribunale marocchino. Il problema è solo una gran coda di paglia.  Non è forse che in fondo è più facile convincere dei poveri sciocchi decerebrati a farsi esplodere da qualche parte piuttosto che rischiare in proprio?

 brava giuliana
Scritto il 19/08/08 alle 22:30:57 GMT pubblicato da Riccardo
Proprio così. Questo bravo imam affronti con onore il processo il marocco
invece di restare a fare il coniglio in italia.
Se è innocente, Allah lo aiuterà.
Bisogna che si fidi della giustizia marocchina e vada con orgoglio islamico anche incontro alla tortura, se necessario.

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