EUROSCETTICO? NO, TURCOSCETTICO!
Scritto il 29/01/08 alle 23:05:57 GMT pubblicato da Una_via_per_Oriana
Articoli e OpinioniNota sull'entrata della Turchia nella U.E.
di Enrico Gagliano



Turchia nell’Unione Europea: sì o no? Semplicemente “ni” che vuol dire “no” finché non verranno sciolti alcuni nodi di fondo che riguardano il passato-presente-futuro del Paese della Mezzaluna.
Uno di questi riguarda il mancato rispetto di quelle che in casa nostra definiamo Libertà Costituzionali.

La più classica delle libertà “liberali”, quella di parola, nell’ordinamento turco si infrange ancora oggi contro il famigerato art. 301 del Codice Penale, che vieta le offese all’identità ed alla nazione turca.
Malgrado il suo debutto risalga al 1936, anno in cui fu approvato il Codice Penale di Atatürk, l’art. 301 continua a mietere vittime -non solo in senso figurato- anche nella Turchia del terzo millennio, quella stessa che, tra mille contraddizioni, chiede il lascia-passare per l’U.E.
L’art. 301 è il pretesto con cui i nostalgici della nazione panturca, molto ben rappresentati nelle strutture di potere dello Stato turco, hanno trascinato in tribunale il premio Nobel Orhan Pamuk, la scrittrice Elif Shafak ed il giornalista Hrant Dink, morto poi assassinato il 19 gennaio scorso in un clima di odio alimentato proprio dagli ultrakemalisti.

Per tutti l’accusa di aver considerato la Turchia responsabile del massacro di un milione e mezzo di
armeni
tra il 1914 ed il 1918. Per lo Stato Turco, infatti, quello sterminio non sarebbe mai avvenuto: caso di scandaloso e ripugnante di “negazionismo” di Stato elevato all’ennesima potenza, di fronte al quale non v’è alcuna ragione di real politik in grado di reggere.
La Turchia è il Paese in cui il diritto e la giustizia vengono continuamente offesi; a ribadirlo è anche Amnesty International secondo cui in Turchia “sono ancora in vigore diverse leggi che sostengono, con pene assai dure, la soppressione della libertà di parola. Queste leggi, insieme a dichiarazioni che ancora oggi vengono rilasciate da alti esponenti del governo, dello Stato e dell'Esercito, ostili nei confronti del dibattito critico e delle opinioni dissidenti, creano un'atmosfera in cui possono verificarsi attacchi violenti come quello contro Dink”.

La Turchia, infatti, è il Paese in cui, dopo ben sei anni di scioperi della fame e 122 morti, il Ministro della Giustizia turco ha emesso una circolare che permette ai detenuti politici di incontrarsi a gruppi di dieci per non più di dieci ore a settimana, ma nulla ha fatto per mitigare l’art. 25 del Lessm (Legge sull’esecuzione delle sentenze e misure di sicurezza) che prevede per i prigionieri politici un regime carcerario durissimo: nessun rapporto con altri detenuti né lettere né libri.
La Turchia è anche il Paese in cui laicità dello Stato e democrazia piena non camminano di pari passo; è il Paese delle contraddizioni irrisolte, in cui se, per un verso, le urne legittimano un governo filo-islamico, dall’altro, invece, la laicità dello Stato ha il proprio vero baluardo nelle forze armate e, in subordine, nelle manifestazioni di piazza.
Ma al fondo di questa matassa inestricabile vi è una questione di grande valenza morale e ideale che i “turcofideisti” hanno eluso totalmente: l’impossibilità di fondere l’anima della Turchia con quella dell’Europa, che, checché ne scriva la farraginosa Costituzione Europea sonoramente bocciata dai Francesi e dagli Olandesi, si nutre dei valori del Cristianesimo.
Malgrado sia in atto anche nel cuore dell’Europa uno scontro di civiltà tra l’Occidente e l’Islam, i “turcofideisti” preferiscono nascondere la polvere sotto il tappeto facendo sì che la Turchia entri nell’Unione ancor prima che l’Europa sia entrata definitivamente in Turchia.
C’è, infine, chi afferma la necessità di “legare” a noi un importante “Stato cerniera” come la Turchia prima che la deriva panturca o il fondamentalismo islamico fagocitino in un sol boccone la quella fragile democrazia. Ebbene, seguendo in modo rigoroso questa logica i confini dell’Unione sarebbero suscettibili di chissà quali ridefinizioni.

A volerla dire tutta i termini della questione dovrebbero essere ribaltati nel senso che è il consolidamento della democrazia (e di tutto ciò che ne consegue) a dover costituire precondizione necessaria per l’ingresso nella U.E e non il contrario.
In secondo luogo, a prescindere dal caso specifico della Turchia, così facendo si eluderebbe la vera priorità dell’Europa: rimettere ordine in casa propria e ritrovare il coraggio di riproporre con orgoglio e convinzione la propria identità.

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