TURCHIA IN EUROPA? NO, GRAZIE |
| Scritto il 02/02/08 alle 12:25:13 GMT pubblicato da Una_via_per_Oriana |
Entra... non entra... Entra... non entra... Tranquilli, non si tratta della versione hard-core di “M’ama…non m’ama”, ma del ritornello dei politici sull’ingresso della Turchia in Europa. C’è chi (leggi Prodi) giura e spergiura che, prima o poi, la Grande Copula si farà, affannandosi a tranquillizzare Erdogan per gli ostacoli burocratici che ancora si frappongono all’incontro degli amorosi sensi. Qualcun altro invece, ossia Sarkozy, ragiona per il verso giusto e promette che non se ne parla proprio. A nessuno però che, vivaddio, venga in mente la soluzione più logica: sentire cosa ne pensano i trecento e più milioni di cittadini europei, possibilmente con una bella consultazione popolare. Certo, qualcuno potrebbe obiettare che se non c’è stato un referendum per accettare le ultime Nazioni arrivate nell’UE, non si vede perché lo si debba fare per la Turchia; ma non ci vuole Einstein per capire che, in questo caso, le cose sono diverse, e di molto. Tanto per cominciare la geografia insegna che la Turchia non è in Europa ma in Asia, pertanto non capisco perché la dovremmo far entrare a casa nostra. E allora perché non inglobare anche la Cina o la Nuova Zelanda, già che ci siamo? Tanto, km più km meno…Ma, battute a parte, la vera ragione che induce alla prudenza sta nel fatto che, piaccia o non piaccia, i Turchi sono mussulmani, ci hanno attaccato per secoli da terra e mare (Lepanto e Vienna sono state solo la punta dell’iceberg) e, soprattutto, sono più di settanta milioni: una volta in Europa conteranno più della Germania, che dell’UE è stata creatrice ed è ancora colonna portante. Sicuri che valga la pena correre il rischio? I favorevoli all’ingresso obietteranno sicuramente che la Turchia di oggi è una nazione laica e moderna, lontana anni luce dall’Afghanistan dei Talebani, eppure non mancano alcuni segnali inquietanti che dovrebbero indurre alla cautela. E non parlo solo dell’omicidio di Don Santoro, ma soprattutto di come le comunità cristiane vengono emarginate e tenute alla corda, senza neanche la possibilità di fare non dico proselitismo, ma neppure di restaurare le proprie chiese. Del resto basta vedere come è stato accolto Benedetto XVI° da Erdogan: in una saletta dell’aeroporto, una stretta di mano e via, come un qualsiasi turista che si conosce e si saluta frettolosamente tra un aereo e l’altro. E che dire del rifiuto da parte turca di riconoscere il genocidio armeno del secolo scorso, perché di genocidio si tratta, non certo di “una deprecabile strage avvenuta in particolari circostanze storiche”? Parliamoci chiaro: non si pianifica lo sterminio di un milione e mezzo di persone se non ci sono volontà politica e accordi ben precisi ai massimi livelli di potere. E chi non ne è convinto si vada a vedere l’ultimo film dei fratelli Taviani, “La masseria delle allodole”, e poi mi dirà... Potrei anche continuare con la recente uccisione di magistrati troppo “modernisti”, o di un famoso giornalista armeno colpevole solo di chiedere giustizia e verità per il proprio popolo, fino alla fuga precipitosa all’estero di Orhan Pamuk, circa un mese fa, in seguito a minacce non troppo velate. E qui siamo veramente al grottesco: quando mai si è visto che un intellettuale del suo calibro sia costretto a scappare come un ladro dalla sua patria, una patria tanto ingrata da non garantirgli un minimo di protezione? Sembra di essere tornati ai tempi della fatwa di Khomeini contro Rushdie, anzi peggio, perché qui non si tratta di un Imam integralista, ma delle autorità turche: laiche e progressiste a parole, ma che trattano un Nobel per la letteratura come un sacco della spazzatura. Doppio schiaffo dunque: a Pamuk, certo, ma soprattutto a quell’Europa che gli ha conferito il suo premio più prestigioso. “Rebus sic stantibus” non ci vuole molto a capire che la Turchia sta subendo un processo di destabilizzazione ad opera del fondamentalismo islamico che rischia di vanificare il processo di modernizzazione voluto da Ataturk e portato avanti dai settori più progressisti della società. Dunque la domanda da farsi è la seguente: l’UE, entità politica tanto giovane e “incerta” da non essere riuscita neppure a dotarsi di una Costituzione, può assumersi il rischio di portare in casa sua una polveriera pronta ad esplodere alla minima scintilla? La risposta ovviamente è no, fermo restando il diritto degli Europei o dei singoli popoli a decidere con un referendum se far entrare Ankara o meno, proprio per il carattere di eccezionalità che tale ingresso comporterebbe. E comunque vorrei ricordare un avvenimento che forse è sfuggito all’opinione pubblica ma che invece meriterebbe di essere preso in considerazione e meditato. Due anni fa, al ritorno da Strasburgo, dove aveva dato inizio alle procedure per l’ammissione della Turchia, Erdogan fu accolto in patria come un trionfatore: stampa e media entusiasti, bagni di folla in delirio, e ovunque un unico slogan, ripetuto fino al parossismo: “Erdogan conquistatore d’Europa”. Il che dovrebbe quantomeno far riflettere: nessun popolo dell’UE, anche tra quelli entrati recentemente, ha mai proclamato di essere “il conquistatore” di chicchessia, mentre la stampa e l’opinione pubblica turche hanno deliberatamente usato quest’espressione, che assume una valenza quantomeno inquietante. “Memento!”, cari politici di destra o di sinistra, che vi affannate a rivolgervi a Erdogan in termini di “caro amico, amico caro”… Un esempio? Penso a Gianfranco Fini (non lo chiamo volutamente “onorevole” perché uno che vorrebbe dare il voto agli immigrati, introdurre il Corano a scuola, ma che ci manda in galera per uno spinello in più, è tutto fuorché onorevole), un paio d’anni fa, a “Porta a porta”, quando dichiarò che la Turchia meritava di entrare in Europa se non altro perché ci aveva fatto comodo come fedele alleato della NATO. Mica male, come logica politica... Bisognerebbe ricordare a Fini che le alleanze, da che mondo è mondo, si fanno perché servono a Tizio, a Caio e anche a Sempronio, dunque, semmai, è stata soprattutto la NATO a far comodo alla Turchia, confinante con l’allora Unione Sovietica, nazione dal carro armato molto, molto facile... E Fini questo lo dovrebbe ricordare molto bene, e smettere di trattare da sprovveduto il pubblico televisivo. Ma l’ultima parola in (s)proposito l’ha detta l’ex ministro della Difesa Martino, che, sempre alla TV, se ne è uscito recentemente con la bella trovata che (parole testuali) <<…bisogna far entrare la Turchia in Europa perché noi facciamo pochi figli, dunque l’ingresso di un paese mussulmano metterebbe fine alla nostra crisi demografica”. Dunque per Martino varrebbe la pena islamizzare l’Europa solo per fomentare in numero dei bebè: offensivo per la nostra prostata strapazzata dal Viagra, ma anche per i Turchi, visti dall’ex ministro come soggetti da riproduzione zootecnica... Pazzesco! Neppure Mussolini, che pure ne aveva sparate tante, se ne sarebbe uscito con una castroneria del genere, il che la dice lunga sull’evoluzione della nostra classe politica. Sappiamo invece fin troppo bene chi preme per l’ingresso della Turchia in Europa, il che spiega in parte la risibile teoria eugenetica di Martino: sono gli Stati Uniti, e per ragioni di puro interesse strategico. Infatti, nel caso di un probabile conflitto con l’Iran, l’America avrebbe la necessità di assicurarsi l’appoggio della Turchia, offrendo in cambio il suo ingresso nell’UE. Prendendo così due piccioni con una fava: rafforzarsi nell’area mediorientale a spese dell’Europa, che oggi è un forte concorrente commerciale ma che, una volta islamizzata, sarà sempre più debole sia economicamente che politicamente. Possibile che i nostri politicanti, svenduti al migliore offerente, non si rendano conto che far entrare Ankara in Europa significa fomentare nuove guerre in Medio Oriente e conflitti etnico - religiosi in casa nostra? In realtà, a ben riflettere, in una prospettiva futura sarebbe anche interesse della Turchia rimanere fuori dalla UE: grazie alla sua tradizione di laicità e al prestigio di cui gode, l’ex Impero Ottomano potrebbe infatti diventare un punto di riferimento per i Paesi mussulmani. E allora perché essere il fanalino di coda dell’Europa quando si potrebbe diventare il faro dell’intero mondo islamico? Per concludere, sono del parere che con la Turchia si debbano certamente sviluppare rapporti economici e culturali privilegiati, favorevoli a noi e a loro, ma che, dal punto di vista politico, è bene mantenere una separazione rigorosa. Inutile aggiungere che per far ciò sarà indispensabile approvare una Costituzione Europea che faccia esplicito riferimento alle nostre radici greco – romane, cristiane e illuministe. La splendida triade umanistica dalla quale è nata la cultura occidentale, alla quale sono orgoglioso di appartenere. Senza se e senza ma. Articolo inviato da un lettore -------------------------------------------------- NOTE Argomenti correlati Accade in Turchia - speriamo che non entri nella UE EUROSCETTICO? NO, TURCOSCETTICO! 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