Quando Di Pietro era favorevole alla privatizzazione degli acquedotti
Pubblicato il 22/11/09 alle 15:41:47 GMT pubblicato da Una_via_per_Oriana
perchè gli acquirenti erano francesi del suo amico Prodi Lo scontro giocato sulla testa dell’Acquedotto pugliese è solo ottima opera teatrale. Le due opposte fazioni non esistono: i sostenitori della “libera iniziativa privata” e quelli del “bene pubblico primario” possono scambiarsi i ruoli come e quando vogliono. Non si parteggia per nessuno. Si osserva, consci che sarà determinante per le altre analoghe battaglie nel resto d’Italia. A ruota verranno gli acquaioli siciliani (che oggi non vendono più la risorsa con coppola e lupara) e poi le tante sorgenti di Abruzzo ed Umbria. Ma andaiamo con ordine. Tutto ha iniziava 13 anni fa, nel settembre del 1996, quando Antonio Di Pietro (allora ministro dei Lavori Pubblici) redigeva la prima bozza di decreto che ordinava la privatizzazione dell’acquedotto pugliese. Una privatizzazione che, almeno finora, non è mai avvenuta. Così rammentiamo al lettore (troppo distratto dalle belle escort) che l’attuale ferreo sostenitore del principio “acqua bene pubblico” è stato il primo ideatore della sua privatizzazione. A seguire la seconda data importante: l’11 maggio 1999, quando il Governo, allora presieduto da Massimo D’Alema, trasformava l’Ente autonomo acquedotto pugliese nella Acquedotto pugliese Spa. Questa è la prima applicazione della strategia economica Prodi-Di Pietro, allora appoggiata da D’Alema. A questa sinistra strategia si deve la vendita della società ad un privato, in cambio di danaro fresco nelle casse del Ministero del Tesoro (titolare della spa). Così, dai primi mesi del 2000, il governo D’Alema s’impegnava in una lunga ed estenuante trattativa di vendita della società Acquedotto pugliese all’Enel. Trattativa che durerà più di un anno. Vedrà contro la Regione Puglia di Raffaele Fitto, ostinata ad ottenere un ruolo determinante nel nuovo asset societario (ed in nome dell’acqua bene pubblico). I mancati accordi sul ruolo delle regioni Puglia e Basilicata nella nuova società, nonché il venir meno dell’intesa sulla valutazione della Acquedotto, porteranno alla cancellazione del tavolo delle trattative: succedeva nel 2001 con la salita a Palazzo Chigi di Silvio Berlusconi, e subito dopo la cessione gratuita della Acquedotto Pugliese Spa alla Regione Puglia ed alla Basilicata per il 13%. La ricerca di sempre maggior potere societario da parte di Fitto portava al fallimento della privatizzazione nazionale dell’acqua pugliese. Fitto, suo malgrado, è l’artefice del primo successo per il mantenimento pubblico dell’acqua.
La consegna gratuita dell’acquedotto nelle mani di Fitto avviene da parte di Berlusconi, ma ad una condizione molto chiara, “la privatizzazione della società entro 6 mesi”. Obbligo disperso nel vento, a cui Fitto non adempirà non certo per ideologia, ma per semplice mancanza di opportunità. I continui ritardi nel processo di privatizzazione dell’acquedotto esporranno Fitto ad una infinita sequela di critiche da parte del centrosinistra (regionale e nazionale). Tra i più agguerriti ricordiamo il dalemiano Sandro Frisullo (allora capogruppo DS) espulso da Vendola in occasione del rimpasto del luglio scorso ed ora osservato della magistratura pugliese per il filone d’indagine sul presunto scandalo sessuale Tarantini, ed il lettiano Francesco Boccia (allora assessore all’Economia di Bari, prima di essere catapultato in Parlamento). Oggi la storia della privatizzazione dell’acqua riperende con l’entrata in Acea del consigliere dalemiano Andrea Peruzy, ed al posto del prescelto dal Pd romano Angelo Rughetti: ingresso che conferma l’ottimo rapporto tra D’Alema e Caltagirone (suocero di Pierferdinando Casini e socio Acea). L’intesa affonda le radici negli interessi comuni su Monte dei Paschi di Siena, su scalata BNL e, adesso, su Acea, come conferma lo stesso Marco Palombo (Pd) sulle pagine de Il Foglio. C’è una zona grigia nella politica, risponde alla fedeltà al progetto di privatizzazione targato D’Alema, che ora vede Caltagirone, l’Acea di Alemanno e Colaninno al posto dell’Enel. E pensare che il progetto è nato dall’ex ministro Antonio Di Pietro, e su suggerimento della “ricerche e studio” di Mediobanca. Quest’ultima s’illudeva che l’Acquedotto potessero comprarlo nel ’96 solo la Société des Eaux e la Belgique des Eaux, ma i tempi cambiano, e con essi anche le idee degli uomini.