Pubblicato il 05/08/10 alle 23:44:22 GMT pubblicato da Una_via_per_Oriana
Tutte le motivazioni della sentenza che ha condannato gli appartenenti della cellula terroristica che aveva le basi tra Faenza e Imola IMOLA - La cellula jihadista fermata dalla Digos e dalla Procura di Bologna all'inizio di agosto 2008, attiva tra Imola e Faenza e capitanata dal 'colonnello' Khalil Jarraya, era un "gruppo ideologicamente compatto dall'adesione incondizionata all'idea jihadista, dotato di uno strumento minimo, ma efficace, alla funzionalità della cellula". Lo scrivono i giudici della Corte d'Assise di Bologna nella sentenza con cui, lo scorso 17 giugno, hanno condannato i sei principali promotori a pene da cinque ad oltre otto anni di carcere per associazione eversiva con finalità di terrorismo internazionale. Le motivazioni della decisione sono state depositate nei giorni scorsi e contengono parole durissime nei confronti di Jarraya, Mohammed Chabchoub, Walid Kammoun (tornato in Italia spontaneamente per farsi processare dopo essere stato torturato in Tunisia), Chedli Ben Bergaoui, Hechmi Msaadi e Mourad Mazi.
Socialmente pericolosi. La cellula era "costantemente impegnata su più fronti: l'attività di proselitismo, l'addestramento, individuale e collettivo al martirio, la raccolta di fondi da destinare ad operazioni terroristiche". Il fine era sermpre orientato verso "concreti propositi eversivi", ovvero la Jihad, che gli imputati portavano avanti tenendosi in relazione con un contatto operativo (chiamato nelle intercettazioni 'filo'), che nel 2006 aveva come obiettivo privilegiato l'Iraq. Per i giudici le prove raccolte nel corso dell'indagine (dai documenti sequestrati alle intercettazioni, soprattuto ambientali) "attestano di una corale adesione ad un'ideologia sciagurata che vede nel martirio, realizzato anche a costo del sacrificio di civili innocenti, lo strumento per combattere i paesi occidentali e per allentarne e contrastarne la presenza nei paesi musulmani, soprattuto Iraq e Afghanistan". Jarraya e gli altri cinque islamici (tutti tunisini tranne Mazi che e' marocchini), secondo i giudici sono socialmente pericolosi.
Quanto al modus operandi degli imputati, i giudici fanno una sintesi che ne mette in rilievo le "consapevolezza eversiva": prudenti contatti centellinando l'uso dei telefoni, nessuna traccia nelle abitazioni e rilevatori di microspie.
Infine dedicano un breve passaggio a ciascuno dei sei imputati. Jarraya ricopriva il ruolo di "ideologo, promotore e primo ispiratore della cellula". Per lui, il pm Tampieri aveva chiesto nove anni: la Corte lo ha condannato a otto anni e due mesi, la pena più alta. Chabchoub (l'uomo che durante l'ultima udienza si è tolto un sandalo e lo ha lanciato all'indirizzo di un ispettore della Digos), si legge nella sentenza, "è colui che maggiormente si prodiga nell'attività di proselitismo, che si da da fare per la raccolta del denaro, è il referente privilegiato a cui anche gli altri sodali attingono per procurarsi materiale jihadista" e "istruisce i sodali e i potenziali adepti nell'uso delle tecnologie per collegarsi senza rischi a forum jihadisti e per accedervi con minori spese". Walid, che è rimasto latitante dal 2008 fino al maggio scorso, "è il sodale dalle idee più radicali, il più saldo nel pensiero estremista" e " ha importanti collegamenti con l'estero". Per i giudici, gli altri "confidano su di lui perchè possa trovare il 'filo', ossia il soggetto che potrà condurre uno o più di essi sui luoghi teatro delle tanto agognate azioni di martirio". Bergaoui e Msaadi sono considerati dai giudici "membri della cellula" ma non promotori: il primo è "specificamente addestrato all'uso delle armi e quindi senz'altro capace di azioni di combattimento" e ritenuto da Jarraya "meritevole di essere messo al corrente della costituzione del fondo per finanziare i mujaheddin". Msaadi, infine, "è uno dei più generosi finanziatori della cellula e uno dei sodali più sinceramente votati e pronti al martirio in nome di Allah".