Pubblicato il 17/04/11 alle 13:38:01 GMT pubblicato da Una_via_per_Oriana
Promessa in sposa per un mutuo. I fratelli speravano di ricavare soldi. Lieto fine: Sceglierò io il marito, ora sono serena» BRESCIA - Finalmente, ieri, era serena. «Voglio vivere qui. Ora so che nessuno mi può costringere a tornare in Pakistan, so che posso continuare a studiare per prendere il diploma e trovare un lavoro, so che posso realizzare il mio sogno: avere una famiglia, un giorno, con l'uomo che sceglierò». Diceva questo, seduta sul divano rosso del soggiorno con il suo hijab colorato in testa, mentre parlava al telefono con le persone che l'hanno aiutata a ritrovare il diritto più importante conquistato in Italia: vivere la sua vita.
Jamila è una bella ragazza di 19 anni, alta un metro e ottanta, molto educata e timida. Abbassa gli occhi quando incrocia uno sguardo, rispetta sempre quello che chiedono di fare sua madre o i fratelli, tre in tutto, due più grandi e uno più piccolo di lei. Ha detto sì anche quando le hanno proibito di continuare ad andare a scuola, una settimana fa. Nessuna minaccia, solo una nuova regola da seguire: non ti è permesso uscire di casa da sola. Jamila ha ubbidito, come sempre. Ma questa volta il sacrificio era grosso. A lei la scuola piace, si è impegnata a superare il deficit della lingua, per lei che è arrivata a Brescia 13 anni fa. I primi due anni li aveva persi, ma adesso aveva preso il ritmo giusto. Lo scrive il suo prof Fabio M. nella lettera pubblicata l'altro ieri dal quotidiano locale BresciaOggi. «Ha saputo da sola risollevare le proprie sorti, arrivando ad avere un pagellino infraquadrimestrale immacolato, corredato da una condotta irreprensibile». Jamila, però - prosegue l'insegnante - ha un difetto: «E' bellissima, di una bellezza magnetica, arcana». Ed è questo che ha spinto i fratelli a tenere la ragazza in casa. Con l'idea di riportarla in Pakistan per darla in moglie a uno dei cugini. Il docente in un passaggio ricorda con rammarico una delle ultime chiacchierate fatte con la studentessa, quando lei si era confidata: «E' limitante, triste, brutto essere una ragazza pachistana della mia età, dover vivere per l'onore della propria famiglia e non per sé. Non avere la benché minima libertà di andare, di dire, di fare».
La lettera crea subito allarme. E' ancora vivo il ricordo di Hina Saleem, uccisa proprio qui nel Bresciano ad appena vent'anni, nel 2006, perché si era troppo «occidentalizzata». Così la squadra mobile guidata da Riccardo Tumminia si precipita nell'appartamento, preparandosi a trovare una giovane segregata. In realtà la porta è aperta, basta abbassare la maniglia. La casa è modesta e dignitosa, molto pulita. Jamila è con sua madre. Dice la verità: «Non posso uscire da sola, non posso più andare a scuola». I poliziotti invitano le due donne a seguirli in questura e lì cominciano a chiarirsi i contorni di questa storia che, più di tutto, sa di arretratezza culturale, isolamento sociale e miseria. [...]