Di Pietro era condannato con Borsellino ma qualcuno lo salvò
Pubblicato il 06/05/11 alle 16:11:46 GMT pubblicato da Una_via_per_Oriana
Documenti di Don Vito Ciancimino: "Fu deciso di salvare Di Pietro e non Borsellino" "Mancino e Rognoni non sono all’altezza della trattativa. Molti dei politici italiani che hanno pianto Falcone parlavano con Cosa nostra. Di Pietro era condannato con Borsellino ma qualcuno potrebbe avere voluto salvarlo". Lo avrebbe affermato, in due documenti dattiloscritti, l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino. Le carte sono state prodotte da Massimo Ciancimino e depositate agli atti del processo Mori dai pm Ingroia e Di Matteo. La polizia scientifica non ha ancora depositato le perizie sulla loro autenticità (su uno, finora inedito, dei due non sono presenti annotazioni a penna o matita). Su queste carte i pm hanno già interrogato Ciancimino junior, che martedì prossimo verrà sentito al processo.
«Una cantina che per fortuna non è stata mai perquisita ma era messo in mezzo a caciare varie, non lo vedevo da anni, neanche mi ricordavo». Massimo Ciancimino questo documento l'ha ritrovato per caso, durante un trasloco, dopo anni che se l'era spedito dagli archivi del padre a Parigi. Ai magistrati di Palermo l’ha consegnato questo febbraio, insieme a una serie di ritagli di giornale sulla strage di Capaci. Nell'intestazione del foglio – un dattiloscritto che il figlio di Vito Ciancimino attribuisce al padre, si legge «Promemoria incontro colonnello». «Il colonnello - racconta Massimo Ciancimino - è Mori», cioè Mario Mori, oggi generale, sotto processo, insieme al colonnello Mario Obinu, per la mancata cattura di Provenzano nel 1995 e indagato per concorso esterno in associazione mafiosa con l'accusa di essere stato il mediatore della trattativa tra Stato e mafia negli anni delle stragi.
Secondo Vito Ciancimino, presunto autore del documento, «lo stupore della nostra classe Politica alla notizia della morte del Giudice Falcone» fu pura ipocrisia. Molti politici sapevano benissimo che Cosa nostra avrebbe «alzato il tiro» perché «da anni continuavano a parlare con questa gente, anche in maniera autonoma", ma Don Vito avrebbe «preferito soggetti ben più autorevoli e Super Partes». Parla anche dell'omicidio Lima: «Non capisco perché continuava a discutere di fantasie, azzeramenti di processi e altre minchiate varie. Eppure Lima lo avevo incontrato di recente e mi era apparso molto tranquillo». E conclude: «Ora correte ai ripari tramite mio figlio Massimo che fine hanno fatto tutti gli altri vostri canali diretti?»
Questo documento, finora inedito, è stato depositato poche settimane fa proprio al processo Mori, in corso davanti al tribunale di Palermo che martedì prossimo chiederà spiegazioni allo stesso Massimo Ciancimino, oggi in custodia cautelare in carcere accusato di avere falsificato un documento per calunniare l'ex capo della polizia De Gennaro, su questo e altri due dattiloscritti tra cui uno annotato a penna in apparenza da Don Vito - che il figlio asserisce esserne l'autore - intitolato "Appunti per incontro. A futura memoria".
Si tratta di un documento di due pagine, la cui autenticità non è stata ancora comprovata dalla polizia scientifica, in cui Vito Ciancimino lamenta di avere «lanciato messaggi per poter essere ascoltato» sin dai tempi del delitto Mattarella e, inesaudito, di avere anche «scritto a tutte le commissioni antimafia (ne conservo copie)». Parla dell’attentato a Falcone, che rivela di avere incontrato più volte senza scorta. E di un «piano folle messo a punto per la destabilizzazione del nostro sistema politico-affaristico» (cui «anche io Vito Ciancimino in parte ho contribuito a tutto questo in tutti questi anni») che «ha avuto inizio con l’inchiesta di tangentopoli». E si chiede: «Anche Borsellino aveva intuito il terribile disegno, forse ancora prima del suo collega Falcone aveva intravisto scenari inquietanti. Anche lui come Di Pietro era messo in conto. Perché Di Pietro è stato avvisato, a chi serve che vada avanti? In questa logica si sta consumando il tutto». [...]