Dall’allunaggio al Vietnam. Che bella la sfida con Oriana

 

Il grande inviato Livio Caputo  racconta sul Giornale il suo lungo duello professionale con la Fallaci. A colpi di scoop

 

fallaci

Se dicessi di essere stato un intimo amico di Oriana Fallaci racconterei una bugia: abbiamo vissuto a lungo nella stessa città New York ci vedevamo a cene e ricevimenti, abbiamo fatto molti servizi insieme; ma oltre a essere colleghi eravamo anche, e soprattutto, concorrenti. Negli ormai lontani anni Sessanta, la concorrenza tra giornali, e più ancora tra settimanali, era ancora forte, e tra Oriana, corrispondente dell’Europeo, e il sottoscritto, corrispondente di Epoca, c’era una intensa quanto sana rivalità. Praticamente ogni settimana, che fossimo in sede, a Cape Canaveral a seguire i progressi della conquista dello spazio, o in Vietnam a riferire sulla guerra, cercavamo di superarci a vicenda. Oriana era senza ombra di dubbio la più abile con la penna, e forse anche quella che aveva i migliori contatti, ma aveva un punto debole su cui io puntavo spesso per cercare di superare il mio handicap: era una mediocre organizzatrice, spesso dava l’impressione di non curarsi troppo delle esigenze del giornale in materia di tempi di consegna e di spedizione del materiale fotografico (in quegli anni non esisteva ancora la telefoto a colori, e bisognava fare arrivare il più rapidamente possibile le pellicole a Milano). Al centro dei suoi interessi c’era solo l’articolo e in certe occasioni questo mi ha consentito di darle qualche dispiacere.
Vi racconterò la più clamorosa. Uno dei terreni principali della nostra competizione è stata la corsa alla luna, culminata il 20 luglio 1969 con lo sbarco sul satellite degli astronauti Armstrong e Aldrin, ma durata in realtà cinque anni. Durante tutto questo periodo bisognava cercare di intervistare i protagonisti (una cosa in cui Oriana era assolutamente insuperabile), e seguire e spiegare i problemi sorti durante i voli preparatori (e qui ho segnato io qualche punto). Ma, naturalmente, si trattava solo di una fase di avvicinamento al momento culminante dello sbarco, e al numero-clou, in cui avremmo mostrato ai lettori le prime foto a colori della luna, che la NASA avrebbe distribuito alla stampa tre o quattro giorni dopo il rientro dell’equipaggio di Apollo 11. Riuscire a pubblicare quelle foto per primi sarebbe stato lo scoop dell’anno, e sia Oriana, sia io, ci impegnammo a fondo nella corsa.

Era, essenzialmente, un problema di aerei. La NASA aveva annunciato che ci avrebbe consegnato il materiale intorno alle 13,30, troppo tardi per prendere l’ultimo volo per New York in coincidenza con quelli in partenza la sera per l’Italia. Perciò, mentre con Oriana sostenevo che il problema era insolubile, mi sono segretamente accordato con i colleghi di Paris-Match e del Daily Mail per affittare un Falcon che ci avrebbe portato a New York giusto in tempo per ripartire subito per l’Europa. Per farcela, ho dovuto sfidare i limiti di velocità del Texas, una tempesta fuori stagione sulla Grande mela, e poiché al mio arrivo al Kennedy l’Alitalia per Malpensa era già partita, ripiegare su un volo per Zurigo dove è venuto a prendermi l’aereo della Mondadori. Risultato: Epoca è uscita con le famose foto un giorno prima dell’Eur opeo e Oriana non mi ha più rivolto la parola per sei mesi.

In attesa dello sbarco sulla luna, siamo stati varie volte insieme in Vietnam, soprattutto tra il ’67 e il 68, l’anno della famosa offensiva del Tet. Su quella guerra tanto discussa, Oriana ed io non eravamo d’accordo. Lei, che allora, prima di iniziare la sua crociata contro l’Islam, era piuttosto di sinistra, riteneva sostanzialmente che si trattasse di un conflitto post-coloniale inutile e un po’ insensato. Io credevo invece nella teoria del domino di Dean Rusk (segretario di Stato di Kennedy e Johnson), secondo la quale se il Vietnam fosse caduto in mano ai comunisti, questi si sarebbero successivamente impadroniti di tutto il Sud-est asiatico. Sulla terrazza del Continental di Saigon, di ritorno dal fronte, abbiamo avuto in materia discussioni anche accese; con il senno di poi, devo riconoscere che aveva ragione lei, perché anche dopo il trionfo dei Vietcong nel 1972 non è accaduto nulla di quanto temuto.

La guerra del Vietnam è stata l’unica della storia in cui alla stampa, di qualsiasi colore fosse, era concessa assoluta libertà di movimento: potevamo usare tutti i mezzi di trasporto, aggregarci ai reparti che volevamo, metterci elmetto e mimetica e andare in prima linea. Per le solite ragioni della concorrenza, eravamo soprattutto noi dei settimanali che ne approfittavamo e Oriana non si tirava certo indietro. Il suo coraggio nell’affrontare i pericoli era proverbiale; per sua fortuna, poi, quando tornava alla base trovava ad aspettarla uno dei suoi grandi amori, un collega francese molto simpatico. Fu anche, (ed è stato uno dei suoi scoop che tutti le invidiammo) capace di andare a Hanoi a intervistare il grande nemico degli americani, il generale Giap.

Quando rientrai in Italia nel 1970 ci perdemmo un po’ di vista, solo per ritrovarci in occasione di un’altra guerra, quella del Golfo del 1991. Io ero allora capo dei servizi esteri del Corriere della Sera, lei ormai la giornalista e scrittrice più famosa d’Italia. Forte di questo, chiese e ottenne dal direttore Ugo Stille di seguire il conflitto come inviata straordinaria. Conoscendo la sua dimestichezza con la guerra, ne fui ben felice, ma avevamo fatto i conti senza l’oste: gli americani, resisi conto in Vietnam che era troppo pericoloso lasciare briglia sciolta alla stampa, chiuse praticamente gli inviati in una sala a commentare comunicati, con la sola promessa di lasciarli liberi il giorno in cui Kuwait City venisse liberata. Poiché la guerra si prolungava Oriana, che contava di ripetere nel Golfo le sue imprese vietnamite, divenne presto isterica e si sfogava con me al telefono. Io cercavo di consolarla parlandole del meraviglioso articolo che avrebbe scritto in occasione della liberazione. Ma qui accadde l’imprevisto: il giorno X Oriana chiamò Stille e gli annunciò inopinatamente che non si sentiva di scrivere nulla. Panico in redazione (e anche in amministrazione). Alla fine risolvemmo il problema con una mia intervista a lei che, se ben ricordo, occupò due pagine di giornale.
Voglio concludere con un episodio che dimostra come, nonostante la sua fama di dura, Oriana fosse una donna di grande umanità. Il giorno 3 marzo 1968, io di ritorno dall’assedio di Khe San e lei da non so dove, ci ritrovammo al posto-telex di Saigon quando io ricevetti un messaggio dal giornale: lettera dopo lettera, vidi uscire un messaggio del direttore Sampietro che mi comunicava la morte di mio padre. Il modo in cui Oriana mi fu vicina in quel momento e l’affetto che mi dimostrò non li dimenticherò mai.

Livio Caputo



        

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