Eurabia e la malattia ideologica dei progressisti

Partiamo da questa notizia apparsa sul blog di Amnesty International su “Il Corriere della Sera”, Le persone e la dignità (a chi sarà poi venuta l’idea a via Solferino di accettare la fusione dei brand ‘Corriere’ e ‘Amnesty’, non si sa!). Con un suo articolo Monica Ricci Sargentini, racconta, felice, la svolta della libera Turchia, nella quale finalmente una donna può entrare in parlamento con il velo islamico!

Non si tratta però di un donna qualunque, ma nientemeno che della moglie di quell’illuminato modernizzatore sociale che è il premier turco Recep Erdogan. Ci fermiano per il momento qui, per poi tornare su Amnesty.

Recentemente il Christian broadcasting network (Cbn) , uno dei media del fondatore della Christian Coalition, Pat Roberson, ha divulgato un illuminante servizio sull’islam in Belgio dal titolo “Welcome to Belgistan”.

Cinque minuti di buon giornalismo video nei quali si dà conto di quello che sta accadendo in Belgio, e in particolare nella sua capitale, Bruxelles. Nel 2030 più della metà della popolazione della città belga (ed europea, si dica pure) sarà di religione musulmana. Un dato, che se sarà confermato dalla realtà, renderà Bruxelles ancora più rappresentativa del Vecchio Continente (sic!).

Ora, la notizia ‘Bruxelles islamizzata entro il 2030’ di per sé non è nuova: il quotidiano belga “Le Soir” nel Novembre del 2010 ne aveva dato notizia per ‘marchettare’ (con successo, visto che quell’articolo è citato a destra e a manca) un evento ‘laico’ sulla mutation profonde, la mutazione profonda che la città sta subendo. Quando si dice un eufemismo. Soeren Kern, collaboratore del Gatestone Institute di New York, ne trasse spunto un anno dopo, scrivendone un articolo dal titolo “The New Capital of Eurabia”.

Ciò detto, basta guardarsi il video Cbn in questione per prendere atto che il processo in corso è di quelli che non lascia scampo. E’ un edificante racconto dell’azione, dei propositi e dei progetti di “Sharia for Belgium” un gruppo di islamisti belgi (parlano anche il fiammingo, eh sì).

Gli infedeli belgi, cioè i cristiani e gli ebrei che li ospitano, dice il capetto di Sharia4Belgium dalla lunga barba e la calvizie avanzata al giornalista della Cbn, si devono mettere l’anima in pace: finirà con l’islamizzazione del Belgio.

Ora, che le cose andranno così se nulla sarà fatto, non v’è alcun dubbio. D’altronde da quasi quarant’anni l’Europa si è messa nel cul-de-sac abortivo e de-responsabilizzatorio e le comunità religiose ad alto tasso di natalità come quelle musulmane iniziano a raccogliere i frutti di tanto impegno procreativo. Il primo e più simbolico potrebbe essere davvero la ‘presa’ demografica di Bruxelles.

Che dire! C’è da rimanere basiti. Tanto da sperare che anche il progressismo più ferocemente anti-cristiano finisca col prendere atto che vi sia qualcosa che non va nel fatto che paesi che per secoli sono stati cristiani in soli pochi decenni finiscano simbolicamente aggrediti con lo spodestamento identitario persino nelle proprie capitali. Purtroppo si tratta di speranze vane.

Una conferma? Lo scorso Lunedì proprio ‘Amnesty International’ (e il cerchio del nostro articolo si chiude) ha pubblicato un paper niente meno che sulla discriminazione dei musulmani in Europa. Il paper – lunghissimo, interminabile, noioso – recita il seguente titolo: “Choice and Prejudige: Discrimination Against Muslim in Europe”.

Siamo andati a vedere quello che il rapporto dei dirittisti umanitari dice sul Belgio, uno dei paesi – assieme a Spagna, Francia, Svizzera e Paesi Bassi – oggetto dello studio. Ebbene per ‘Amnesty International’, in Belgio v’è un’ingiustificata discriminazione nei confronti delle donne musulmane, soprattutto negli edifici scolastici (dipendenti dal dipartimento dell’educazione fiammingo), perché è vietato loro d’indossare il velo! Un attacco alla libertà religiosa, ci dicono i parrucconi del dirittismo umano.

Nell’assurdità di tutto questo, c’è da chiedersi in primis come sia possibile che ancora in Europa ci sia qualcuno che considera una battaglia di civiltà permettere alle donne islamiche di vedersi riconosciuto il diritto (?) a indossare il velo, quando è palese che si tratta di un’imposizione di genere. In secondo luogo, v’è da domandarsi come sia possibile che qualcuno ad Amnesty abbia autorizzato uno studio tanto approssimativo e ridicolo.

Ma ci spieghino gli autori del report, con le loro piccole ‘conclusions’, come sia possibile che una comunità che è tanto discriminata, sia passata in pochi decenni da poche centinaia di migliaia di unità a quasi trenta milioni di persone in Europa. Se fossero così discriminati, perché rimarrebbero?

La discriminazione quella vera, cari parrucconi dei diritti umani dei nostri lustri stivali, ti toglie il lavoro. Te lo nega, ti estromette dai pubblici uffici. E francamente, siamo felici che almeno nelle scuole la trivilità anti-femminile del velo islamico ci sia risparmiata (dal punto di vista musulmano è anche riparo dagli sguardi impuri degli infedeli cristiani ed ebrei, sia chiaro).

Con ansia, comunque, attendiamo che i militanti progressisti di Amnesty si degnino, un giorno, con comodo, di raccontare la vita di discriminazione – quella vera e non l’impossibilità dei musulmani in Catalogna a costruire l’ennesima moschea in una terra che gli islamici ancora considerano al-andalus – dei cristiani, degli ebrei, e in generale delle minoranze (i dhimmi di fatto) nei paesi a maggioranza musulmana, specialmente quelli arabi. Aspettiamo, dunque.

Si prodighino, con le loro ‘conclusions’, a dare consiglio alla Fratellanza musulmana egiziana, agli ayatollah iraniani e alla casa regnante saudita, su come non discriminare le minoranze pre-musulmane nelle terre arabe. Vedremo cosa sarà loro risposto.

http://www.loccidentale.it/node/115657



        

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