Gli schiavi dell’Islam – di Gianni Baget Bozzo

Tratto da Il Giornale del 8 aprile 2004

Gli scritti di Oriana Fallaci hanno lo stile di un profeta laico, il tono di ammonimento e di imperio che impone, con la magia della parola, l’attenzione a verità evidenti che tutti sanno e che l’opinione comune non conosce. Per questo, per la loro totale scorrettezza politica, sono essi stessi un evento politico. Tra queste verità è certamente la memoria della Cristianità, cioè di due millenni di Cristianesimo che hanno costruito la nostra civiltà. E fa impressione vedere ricordata la lunga passione del nostro paese sotto l’invasione islamica, evocata con la passione della memoria da un autore che critica la Chiesa cattolica.

La Fallaci rievoca l’esperienza che l’Europa ha della realtà islamica: essa è un’immensa razzia di violenze e di distruzioni, compiute con l’unico scopo di prendere schiavi e distruggere paesi. La grande forza dell’Islam è stata quella della guerra di conquista ed annessione, di distruzione e schiavizzazione.

Ciò che diciamo “cultura islamica” è il frutto di una assimilazione della cultura dei paesi cristiani soggiogati e del loro uso come massa di lavoro, che per di più era soggetto a imposte (le uniche percepite dagli Stati musulmani). Le moschee di Cordova e di Granada vennero costruite dal lavoro dei cristiani schiavi o sottoposti alla servitù della dimmitudine, un termine che Oriana Fallaci ha descritto come la condizione culturale dell’Europa di oggi nei confronti della realtà islamica. La filosofia, che gli arabi avevano importato da Costantinopoli, venne sacrificata al diritto coranico e finì per essere proibita perché sapienza autonoma dal Corano.

L’Islam, come cultura di soggezione ad una potenza divina che non conosce che la dominazione, ha determinato una crisi della creatività della persona nei popoli soggiogati dall’Islam e ne ha bloccato lo sviluppo culturale. Li ha avvolti in una rete di prescrizioni religiose che pervadono, con l’assolutezza e la minuziosità delle loro norme, tutta la vita umana.

La Fallaci critica quindi la cultura islamica. E mostra come la sua esaltazione in Occidente nasca da una forma di rigetto che una cultura nichilistica fa delle origini cristiane che hanno il permesso quel grande esito dell’umanità che oggi è la civiltà occidentale. Mentre nelle chiese vi è un rigetto della storia cristiana d’Europa (e ciò ha reso particolarmente flebile la domanda, fatta dalla Santa Sede, di riconoscimento della civiltà cristiana nella Costituzione europea), una scrittrice non credente rivendica le origini cristiane della sua cultura laica. Lo fa riconducendosi non ad una lettura laica del Cristianesimo, ma alla lettura del Cristianesimo propria dei credenti, e in particolare dei cattolici. E’ un nuovo “non possiamo non dirci cristiani”, un nuovo passo del cammino segnato da Benedetto Croce, che riconosce il nesso indissolubile tra il Cristianesimo e la civiltà della libertà che è l’Occidente. Sono parole importanti nel momento in cui il passato ritorna e la rimozione di esso diviene così pericolosa da costruire una negazione dell’identità europea e occidentale.

Il libro della Fallaci è forse eccessivo quando presenta l’immigrazione islamica come la volontà di islamizzazione dell’Europa, ma i suoi rilievi sottolineano anche un fenomeno oggettivo a cui l’Europa deve fare fronte. E’ il problema che, rapidamente tacitato, aveva sollevato il Cardinale Biffi, allora arcivescovo di Bologna, e che si ripropone soprattutto quando si vede che proprio nella Chiesa prevale il fenomeno di una soggezione culturale al fenomeno dell’Islam visto troppo semplicemente come un semplice atto di assistenza ad immigrati bisognosi. La Fallaci ricorda che il fenomeno islamico è troppo complesso perché la Chiesa possa trattarlo come un fenomeno di assistenza sociale.

Dobbiamo a Bossi se è stato fermato il tentativo di una legge che, di fatto, equiparava tutte le religioni stabilendo un concordato con ciascuna di esse, anche con un’esistente autorità islamica italiana. Il libro della Fallaci dice cose tutte vere, anche se non propone soluzioni al problema: ma ha certo il merito di indicarlo chiaramente.

Gianni Baget Bozzo



        

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