Io e il fantasma di Alekos. L’amore, il dolore, la scrittura: i miei tre inverni nel tunnel

Racconto inedito di Oriana Fallaci

Io e il fantasma di Alekos. L’amore, il dolore, la scrittura: i miei tre inverni nel tunnel Oriana Fallaci

Panaguilis_Fallaci

Era morto l’uomo che amavo e m’ero messa a scrivere un romanzo che desse senso alla tragedia. Per scriverlo m’ero esiliata in una stanza al primo piano della mia casa in Toscana ed era stato come infilarsi in un tunnel di cui non si intravede la fine, uno spiraglio di luce. La stanza era in realtà un corridoio brevissimo, arredato con alcuni scaffali di libri, un tavolino, una sedia, e male illuminato da una mezza finestra che s’apriva su un campo di ulivi. Al bordo del campo e proprio sotto la mezza finestra, un pero su cui mi cadeva lo sguardo quando alzavo gli occhi in cerca di sole. Non uscivo di casa neanche per recarmi in giardino o alla piscina, non comunicavo nemmeno con le persone della mia famiglia. All’alba mi alzavo, sedevo al tavolino, ci restavo fino a notte inoltrata ammucchiando fogli scritti che a volte approvavo e a volte gettavo. Tutt’al più mi interrompevo per andare giù da mia madre che si estingueva come una candela in un letto, divorata da un invisibile mostro che Con identici passi, identici gesti, scendevo le scale che portano al piano terreno, attraversavo il salone col grande orologio che ogni sessanta minuti suonava col rintocco della Westminster bell, ed entravo nella camera dove lei giaceva con adirata rassegnazione: il bel volto sempre più smunto, le belle mani sempre più affilate. «Come stai?» «Male».

Parlavamo poco, quasi avessimo paura di dirci quel che pensavamo: «Ora te ne vai anche tu» , «Ora me ne vado anch’io». Le pause che trascorrevo con lei erano un susseguirsi di movimenti che rubavo all’infermiera e che avevano l’unico scopo di mascherare il nostro silenzio: sollevarla in una posizione meno scomoda, aggiustarle i guanciali, controllare le bombole dell’ossigeno grazie a cui respirava. Esaurito il cerimoniale, lei bisbigliava una frase: quasi sempre la stessa. «Diventerai cieca su quel libro». Io rispondevo scherzosa che mi sarei messa gli occhiali, posavo un timido bacio sulla fronte d’avorio, riattraversavo il salone, risalivo le scale, e tornavo al mio esilio privo di rapporti col mondo. […]

Una sera di gelo scesi a controllare le bombole dell’ossigeno, aggiustarle i guanciali, sollevarla in una posizione meno scomoda, e quando lei mosse le labbra non uscì alcun suono: l’invisibile mostro era salito fino alle corde vocali. Terrorizzata le suggerii la frase diventerai-cieca-su-quel-libro. Scosse la testa per rispondere no. Elencai una serie di domande che la aiutassero a farmi capire: aveva sete, voleva andare nel bagno, non sopportava il dolore? Ma ogni domanda scuoteva la testa per rispondere no, no, no.

Ci volle un secolo prima che l’infermiera captasse il vocabolo prete, capisse che voleva il prete. E il prete venne, con la sua valigetta di flaconi contenenti acqua santa, olio santo, altri liquidi santi e brevettati per la guarigione dell’anima. Come uno stregone che si accinge a misteriosi esorcismi si addobbò con stole nere e ricamate d’oro e d’argento, brandì la croce, recitò litanie, spruzzò i suoi liquidi santi, la assolse dei peccati che non aveva mai commesso. Poi se ne andò e mi lasciò sola con lei che, sollevata all’idea d’esser stata assolta dei peccati mai commessi, mi indicò la poltrona accanto al letto. Lì sedetti, col cuore che mi scoppiava, e rimasi sei giorni e sei notti dimenticando il fantasma che mi aveva rubato a lei con un libro.

La morte della madre non è paragonabile alla morte dell’uomo che amavi: è l’anticipo della tua morte. Perché è la morte della creatura che ti ha concepito, portato dentro il ventre, regalato la vita. E la tua carne è la sua carne, il tuo sangue è il suo sangue, il tuo corpo è un’estensione del suo corpo: nell’attimo in cui muore, muore fisicamente una parte di te o il principio di te, né serve che il cordone ombelicale sia stato tagliato per separarvi. Per rinviar quella morte che era un anticipo della mia morte, dunque mi tenevo sveglia. Per tenermi sveglia la tenevo sveglia e parlavo, parlavo. Le raccontavo ciò che non le avevo mai raccontato e non avrei mai raccontato a nessuno, le mie ferite, i miei rimpianti, i miei dubbi, prezioso fardello tuttavia giacché era esso stesso vita, le dicevo che malgrado quelle ferite e quei rimpianti e quei dubbi mi piaceva tanto la vita, ero così contenta d’esser nata, e la ringraziavo in ginocchio d’avermi partorito. Perfino se non avesse fatto altre cose buone nella sua bontà, nella sua generosità, l’avermi regalato la vita sarebbe stato per me sufficiente a giustificar la sua vita. E io speravo che questa mia gratitudine la ripagasse di ogni dispiacere che potevo averle dato.

Per rispondermi che la rendevo felice, fiera del bellissimo gesto che aveva compiuto, lei mi stringeva con forza le dita e mi spalancava addosso gli occhi nocciola. Poi, quando veniva mio padre, me lo indicava con l’indice e con un sorriso: quasi a ricordarmi che il dono veniva anche da lui. La settima notte crollai e di colpo caddi in un sonno esausto da cui emersi scrollata dall’infermiera che strillava in preda al panico: «Si svegli, si svegli! ». Mia madre non respirava quasi più e i suoi occhi improvvisamente celesti fissavano già il nulla. Se ne andò tra le mie braccia, come un uccellino intirizzito dal freddo, e per condurla al cimitero uscii finalmente di casa notando che le strade erano ancora strade, che la gente era ancora la gente. Ma la cosa non mi tentò e subito rientrai nel mio tunnel trasformando l’esilio in prigione.

Scomparsa lei che mi strappava al tavolino e mi induceva a scender le scale, attraversare il salone con l’orologio, entrare nella camera ora chiusa a chiave ed evitata da tutti, non avevo più motivo di lasciare la stanza con la mezza finestra aperta sul campo di ulivi. E mentre il fantasma dimenticato per sei giorni e sei notti riprendeva possesso della mia esistenza, mentre il mio cervello tornava ad essere un muscolo da usare esclusivamente in funzione del libro che stavo scrivendo, la stanza divenne una cella sopra il pero che sbocciava in una nuvola di fiori bianchi sicché doveva esser giunta la primavera, poi grondava di nuovo pere sicché doveva esser giunta un’altra estate, poi ingialliva di nuovo le foglie sicché doveva esser giunto un altro autunno, poi le perdeva di nuovo denudandosi in mezzo alla neve sicché doveva esser giunto un altro inverno, poi sbocciava una seconda volta in una nuvola di fiori bianchi sicché doveva esser giunta un’altra primavera che presto sarebbe scivolata in una terza estate e in un terzo autunno e in un terzo inverno. Il mondo, una memoria sempre più lontana. […]

D’un tratto nel buio del tunnel apparve uno spiraglio di luce, e filtrò attraverso il sipario della mia cecità per portarmi la nostalgia del mondo che avevo sepolto con le due persone amate. Questo avvenne, credo, nel periodo in cui il pero sbocciò per la terza volta e il romanzo si avviò verso le ultime pagine. A ogni pagina, un risorgere di curiosità per gli avvenimenti che il mio delirio aveva ignorato, un bisogno di cancellare anche il ricordo di quel delirio, un’impazienza di tornare ai viaggi, alle avventure, alle scoperte, insomma alla vita di un tempo. Allora la cella in cui m’ero rinchiusa diventò insopportabile, l’eco dell’orologio che ogni sessanta minuti ripeteva i rintocchi della Big Ben diventò un incubo anzi una tortura. Con l’ira del prigioniero che s’avventa contro il suo carceriere, scesi nel salone e ne fermai il meccanismo. Poi raccolsi il mio lavoro, mi trasferii in un’altra ala della casa, mi sistemai in un’ampia stanza piena di finestre. L’indomani ripresi a leggere i giornali, a guardare la TV, rispondere a telefono, uscii addirittura in giardino spingendomi fino alla piscina dove per due estati non m’ero mai tuffata, non avevo mai goduto un filo di sole. Mio padre stava strappando le erbacce che erano cresciute sui bordi. Sollevò la testa, mi avvolse in un’occhiata incredula, esclamò: «Redivivi te salutant!».

Ed io scoppiai in una risata il cui suono mi spaventò: durante tutti quegli anni trascorsi in compagnia di un fantasma e d’un silenzio che parlava soltanto di morte, avevo perfino dimenticato come si fa a ridere ed era la prima volta che udivo me stessa ridere. Qualche settimana dopo il libro era finito e volavo a New York per affacciarmi all’uscita del tunnel con la riluttanza di un prigioniero rimasto troppo a lungo nell’oscurità. Che farne di tanto spazio, tanta luce? In che modo riprendere le abitudini perdute, le esperienze interrotte, l’esistenza di prima? Un libro appena finito, oltretutto, non restituisce alla libertà che ti tolse il giorno in cui lo concepisti. Come un figlio appena nato va guidato, nutrito, difeso dalle insidie, dalle perfidie, e a ciascun passo questo ti riconduce ai tormenti che ti divoravano mentre lo scrivevi. Insomma, sapevo bene che la sua pubblicazione m’avrebbe avviluppato in una nuova schiavitù e che avrebbe resuscitato il fantasma da cui ero stata rubata a mia madre quando essa aveva bisogno di me.



        

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1 Comment

  1. mauro /

    Vorrei associarmi a tutti coloro che in un perenne coro sussurrano “thankyou Oriana”: per le emozioni che mi hai regalato e per avermi reso partecipe delle tue analisi dell’uomo, della sua intelligenza e delle sue debolezze, dell’esistenza. Le poche righe inedite che ho appena letto aggiungono un tassello a quella straordinaria immagine che mi appare ogni volta che penso a Oriana.
    Mauro Serra

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