Jihadisti arrestati in Puglia: è sempre il giro di Abu Omar, 3 di loro già condannati

Abu Omar

di Andrea Morigi

È il solito giro jihadista milanese. Si erano trasferiti chi ad Andria, chi in Belgio e chi a Scordia, nel Catanese, a pochissimi chilometri dalla base militare americana di Sigonella. Ma il loro marchio di fabbrica è inconfondibile e porta la firma del Centro culturale islamico di viale Jenner.

Alcuni dei componenti della cellula islamica catturati ieri sono figure storiche della galassia qaedista in Italia, che avevano la loro base proprio nella centrale milanese di Al Qaeda. Ben Yahia Mouldi Ben Rachid, tunisino di 42 anni, nel 2008 si era meritato dalla Corte d’Appello di Milano una condanna a 10 anni di reclusione per lo stesso reato di cui è accusato nell’indagine appena conclusa: associazione con finalità di terrorismo internazionale. Invece se la spassava in Sicilia, forte della protezione accordatagli dalla Cassazione il 28 aprile del 2010. Pur confermandogli la pena, infatti, la Suprema Corte, si era ricordata di una «inibizione obbligatoria » rivolta dalla Corte europea dei Diritti dell’Uomo, la quale ordina all’Italia di non rimpatriare nessun immigrato tunisino, almeno finché nel Paese della «rivoluzione dei gelsomini» rimarrà in vigore la tortura.

GALASSIA SALAFITA
Altrimenti, arriverebbe anche il rimprovero di Amnesty International, come nel caso del tunisino 43enne Essid Sami Ben Khemais, altro nome di spicco della galassia salafita. Aveva appena scontato quattro anni e mezzo di carcere per associazione a delinquere, ricettazione e falsificazione di documenti e immigrazione illegale quando era stato espulso. Ma l’organizzazione di difesa dei diritti umani ora si lamenta perché, una volta riconsegnato alle autorità del suo Paese, «era stato sottoposto a nuovo processo da tribunali civili e militari econdannato a 12 anni di carcere in seguito al suo rimpatrio forzato dall’Italia nel 2008, è stato condotto dal carcere al ministero dell’Interno a gennaio e giugno, dove è stato interrogato e, come ha denunciato, torturato.

A suo carico sono state avanzate nuove accuse e gli è stato negato l’accesso al suo avvocato». In realtà, era stata la sentenza nei suoi confronti a rivelarsi piuttosto benevola, in considerazione del patteggiamento. Essid, infatti era stato il capo di un’organizzazione che dalla Lombardia spediva aspiranti kamikaze ad addestrarsi in Afghanistan e in Iraq, procurava documenti e appoggio logistico e teneva contatti con altri gruppi in Germania, nel Regno Unito e in Spagna.

E, quando se ne presentava l’occasione, come era emerso dalle intercettazioni, parlavano anche della preparazione di ordigni esplosivi. Se non fosse rinchiuso in un carcere tunisino, il veterano ora probabilmente sarebbe stato arrestato durante l’operazione Masrah, portata a termine dal Ros dei carabinieri. Il suo nome, infatti, compare nelle indagini come un punto di riferimento per le nuove leve, insieme a Ben Yahia Mouldi Ben Rachid e a un altro membro del gruppo, il cinquantenne tunisino Mohamed Ben Alì, anch’egli catturato a Scordia e a sua volta condannato nel 2005 dal tribunale di Torino a due anni di carcere per favoreggiamento di immigrazione clandestina e illegale permanenza in Italia. Ovviamente, nemmeno quest’ultimo poteva essere rimandato a casa per il timore che lo maltrattassero. Certo, non erano mai stati persi di vista.

L’indagine che è sfociata negli arresti di ieri, diretta dal sostituto procuratore di Bari Renato Nitti, risulta avviata già nel 2007. Sei anni, durante i quali non era stato trascurato nemmeno un elemento. Li sorvegliavano da vicino e da lontano, controllando i call center e gli internet point che erano divenuti i luoghi per tenersi in contatto con la rete dei loro complici. Sapevano che la specialità di Ben Yahia Mouldi Ben Rachid era la raccolta di fondi per finanziare i parenti di alcuni terroristi. Già nel 2000, quando si faceva chiamare Kamel, teneva in casa somme destinate ai «fratelli musulmani combattenti» per circa 200mila euro.

RECLUTARE E COLPIRE
La letteratura che lo riguarda, tratta dalle dichiarazioni di alcuni pentiti, è ormai un classico della storia del terrorismo islamico. Qualche particolare illuminante compare anche nell’ordinanza di custodia cautelare, disposta nel 2005 dal gip Guido Salvini nei confronti di Abu Omar, l’ex imam della moschea milanese di via Quaranta. Un collaboratore di giustizia tunisino, Chokri Zouaoui, riferisce anche di un traffico di banconote false, ma si concentra su un colloquio avvenuto alla fine del 2000: «Domandai a Kamel come mai Abou Salah era andato a combattere pur avendo moglie e figli. Kamel mi rispose che in ogni caso Dio non abbandona i familiari di chi si sacrifica per la causa, tanto è vero che loro si stavano preoccupando di mandare quei soldi alla famiglia».

Da tredici anni, insomma, prosegue quell’attività di sostegno della guerra santa, sebbene i giudici di Milano avessero lavorato bene. Peccato solo che il procedimento contro Abu Omar per terrorismo internazionale si trovi ancora formalmente nella fase delle indagini e sia avviato verso la prescrizione. Anzi, ora, tornato libero nel suo Egitto, l’ex imam di via Quaranta si gode il risarcimento di un milione e mezzo di euro, sempre che non lo abbia donato ai fratelli in armi. E così la vecchia guardia di Al Qaeda è ancora in circolazione, tutta occupata a radicalizzare, reclutare e pronta a colpire.(liberoquotidiano 01/05/2013, a pag. 15)



        

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