Lettera a Oriana

Cara Oriana,

Tu hai scritto: Lettera ad un bambino mai nato, beh, questa lettera è per te: Lettera ad una donna che non ho mai incontrato.

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Ti ho conosciuta all’università, sospirando alla vista del tuo libro. Riluttante a leggere un libro in una lingua che non conoscevo bene. I professori non volevano, per nessuna ragione, tradurre il libro. Spettava a noi sforzarci e provare a trarne qualcosa.
L’università stava iniziando a cambiarmi. Mi face mettere in discussione ciò che avevo letto o guardato. Mi insegnò a criticare quello che era prima di me e non necessariamente a determinare se fosse vero. Nei tre anni che stetti li, qualcosa mi colpì. Il tuo libro trasformò la mia vita. Le donne (che ho conosciuto io) che sono cresciute e nate nel tuo tempo e nello stesso paese come te, avevano punti di vista incredibilmente diversi dal tuo. Era come se fossi circondata da un gigantesco cespuglio di rose. Quelle altre donne erano le spine e tu la rosa. Tu eri la rosa perché tu sbocciasti, fioristi, le tue idee sbocciarono e fiorirono in mezzo a quelle altre le quali si conformavano ed accettavano la vita così com’era senza muovere un muscolo per renderla migliore. Tu sei la rosa che non è mai appassita nella mia vita. Comunque è melodrammatica come sembra, non m’importa perché è esattamente come mi sento e come voglio che questo traspaia attraverso questa lettera. Questa lettera è per ringraziarti.

Le donne intorno a me credevano che ogni donna esista per partorire ed ogni donna deve avere un marito e dei figli. Era lo scopo della loro vita, e per un po’ io pensai che fosse anche il mio. L’unione (convivenza) fuori dal matrimonio non mi è successa. Dovevo aspettare. Nel tuo libro, una donna in carriera, incinta e non sposata, scrive al suo bambino mai nato. Lei sa che la sua carriera sarebbe stata in pericolo una volta che il bambino fosse nato e crede fermamente che non è un obbligo avere questo bambino. Essere una madre è una scelta – questo sembra essere il messaggio. La donna avverte il bambino riguardo al mondo in cui viviamo. L’uccisione della libertà, la guerra e la generale ostilità che circonda ciascuno e tutti noi dal momento in cui lasciamo il grembo protettivo. Io non voglio che questa lettera sia una recensione al libro, ma vorrei che tu capisca che quelle potenti parole di quel capolavoro, che tu hai scritto, hanno sfidato i miei punti di vista.
La famiglia non era necessariamente un nutrimento, questo aprì i miei occhi sulla mia stessa famiglia come una distruttiva e malata unità pronta ad avvelenare le future generazioni con le loro ignoranti opinioni sulla società.

È attraverso il tuo libro che scoprì magnolie e metafora. Un bellissimo fiore, si, ma quel fiore rappresentava, almeno per me, tutte le donne che erano oggetto di violenza. Sono contenta che la madre non cantò filastrocche o raccontò fiabe al suo bambino mai nato. Invece il bambino ascoltò una storia sulla vita. La storia che parla di: una donna, l’amante, l’altro uomo e le magnolie che circondavano tutti loro.
Prima come i bei fiori fossero ammirati e raccolti e poi la morte. La donna alla fine colse la magnolia ma non ebbe il tempo di godersela.
Morì con lei perché l’UOMO la uccise.

Ho allegato una foto con la sua lettera. È una magnolia. Ricurva nel suo sepalo. Non sviluppata ma viva. Non posso fare a meno di vedere il bambino mai nato come i petali della magnolia, al sicuro dentro il ventre materno. I sepali che proteggono e assicurano una sana fioritura.

Io divento ogni personaggio di questo libro. Io sono stata la donna e il bambino mai nato. L’amico della donna, i suoi genitori, il padre del bambino ed il bambino stesso.
Si, potrei identificarmi col bambino mai nato, mentre ascolta le parole della madre riguardo al mondo ed a quanto brutale esso sia. Anch’io ho deciso, come il bambino mai nato, di morire dentro il ventre del personaggio. Ho deciso anche che il mondo non fosse per me e che la piccola vita che io avevo scolpito dentro la madre fosse abbastanza, per quanto breve essa fosse.
Quello che tirai fuori dal libro era che tutti noi siamo nati per morire.
Nel mezzo c’è la vita e dobbiamo viverla – non superficialmente ma veramente, il buono ed il cattivo, il bello ed il brutto. A questo punto i confini si sfocano. Non sapevo più se fossi spettatore della tua storia o parte di essa. Come ho appena detto, mi sentivo come ciascuno dei tuoi personaggi. Soprattutto non riuscivo a separare l’autore dalla donna del libro. La lettura era come una maratona – alla fine sentii il mio respiro fermarsi come se non potessi più inspirare. Dopo mi sentii come un vulcano che ha bisogno di esplodere, non sapendo se piangere per la “vittoria” che lei avesse ottenuta di nuovo la sua libertà e che lei, un tempo madre, potesse mantenere la sua carriera o scoppiare in lacrime come un tubo dell’acqua che splode lanciando acqua in alto su nel cielo! – Perché il bambino non lo aveva mai fatto o deciso di non essere nato.
Poi sopraggiunse la rabbia – così tanto che mi sentii frantumare in mille pezzi. Rossa e pericolosa. Ero arrabbiata che tu non avessi mai avuto bambini, ancora una volta confondendo la protagonista con te stessa. Arrabbiata che tu non fossi più viva.

La tua vita non era solamente scrivere libri. Tu eri là fuori. Tu eri la storia. Tu hai assistito alla guerra, tu hai scritto su di essa, tu ne fosti vittima.
Nessuno storico riesce a scrivere riguardo alla guerra come hai fatto tu – nessuno.
La storia come tu la hai vista, le ingiustizie, i massacri, i rischi, il sangue, le manipolazioni e le bugie – tu l’ hai vista ed hai preso quei fatti e li hai messi sulla carta per raccontarli al mondo. Questo per me è uno storico.

Io non avrei mai avuto il tuo coraggio. Penso che l’Italia dovrebbe dirti grazie perché è il tuo coraggio e quello di tuo padre e tua madre che tra tutti gli altri hanno combattuto contro il Fascismo. La libertà che oggi gode l’Italia deve essere attribuito ai combattenti di ieri.

Persone come te. Per quanto io ti ammiri, non riesco ad avere lo stesso livello di coraggio che tu hai avuto. Ma forse dovrei scrivere riguardo al coraggio, come se ci fossero vari livelli e pertanto alcune forme di coraggio dovrebbero ricevere più merito di altre. Non potrei mai lavorare in una zona di guerra ed affrontare alcuni dei peggiori dittatori che il mondo abbia mai conosciuto. E, non solo affrontarli, ma sfidare le loro opinioni e i loro sadici modi di governare un paese. Tu lo hai fatto, io non potrei e non posso. Comunque, quel coraggio e quella libertà di espressione che tu hai mostrato su una più ampia scala fu in grado di trasmettersi al mio mondo ed influire sulle mie decisioni che erano in scala molto ridotta rispetto alle tue e che non avevano lo stesso effetto sulla politica mondiale e sulle generazioni di giornalismo e femminismo degli anni a venire.
Ma con quel coraggio fui in grado di fare molte cose.

Scrivere esperienze dolorose.

Chiedere quello che voglio e di cui ho bisogno.

Farmi valere con determinazione

Dire di no quando tutti si aspettano che dica si.

Aiutare almeno una persona che ne ha bisogno.

Rischiare nella carriera, nella vita in generale.

Tutto questo presuppone coraggio, così ti ringrazio per questo perché mi hai mostrato che non importa quale sia il contesto, l’importante è restare veri, affrontare la paura senza mai fuggire.

Non penso mi avresti voluto nella tua vita, Io non ero una che rischiava – Brava e “pulita” – completamente l’opposto tuo, che eri una persona capace di prenderti i tuoi rischi e ti approcciavi alla vita senza esclusione di colpi. Mi sono fermata ed ho pensato: forse anche troppo. Ti avrei irritata perché sono troppo emotiva e piango facilmente. Non avresti perso il tuo tempo a rispondere alle mie telefonate ed ai miei messaggi di posta elettronica. Suppongo, che alla fine, l’unica relazione che avrei potuto avere con te sarebbe stata quella che l’autore condivide con il proprio lettore attraverso le parole scritte, sebbene io non fossi sempre d’accordo con ciò che avevi scritto.

Ti avrei voluto come una madre, sorella, zia, collega e migliore amica. Tu eri l’ideale di donna di cui avevo bisogno e avrei voluto nella mia vita, ma, per fortuna, attraverso i tuoi libri e le tue azioni, sei riuscita ad entrare nella mia vita, sebbene non direttamente ma abbastanza per spronarmi al cambiamento. Posso solo sperare che per il futuro sempre più donne abbiano esempi positivi come te nelle loro vite.

Spero, un giorno, di visitare la tua tomba e di portarti vivaci fiori laici. Non le magnolie però. Nonostante i molti anni dai toni grigi e opachi ai quali sei stata esposta, non per le zone di guerra dove tu documentavi le atrocità e le condizioni dei soldati, ma per la grigia freddezza degli atteggiamenti che molte persone ti hanno riservato mentre tu stavi solo riportando ciò che avevi visto. I fatti, nient’altro che i fatti ma in un mondo che era diventato così politicamente corretto che esporre i fatti così com’erano creava così tanto disagio e agitazione da non poter essere gestito. Così i vivaci fiori sono una celebrazione del tuo coraggio, il riconoscimento di ciò che hai raggiunto, il tuo lascito per questo mondo.

Riposa in pace.

Sebbene, ovunque tu sia, riposi in pace, sarà noioso. Tu vorresti sfide e avventure, battaglie e vittorie.

Addio Oriana.

Isabelle



        

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