Sorvegliate speciali l’incubo di essere donne in Arabia Saudita
Pubblicato il 16/05/09 alle 13:32:22 GMT pubblicato da Una_via_per_Oriana
Samar al Mogren racconta le carceri femminili del regno, da dove le assassine escono prima delle "pubbliche peccatrici" «Quando ho visitato le carceri femminili saudite per la prima volta era il 2004. Volevo scrivere un’inchiesta giornalistica sulle donne che erano finite in carcere per colpa di un “uomo”. (…) Chiesi tutte le autorizzazioni necessarie per potere raccogliere le dichiarazioni. Devo ammettere che l’amministrazione è stata molto collaborativa se si considera che la maggior parte dei giornalisti del mondo arabo non può entrare nelle prigioni né incontrare i carcerati. In Arabia Saudita le porte sono aperte, ma bisogna avere enorme coraggio a rendere note le dichiarazioni raccolte all’opinione pubblica». Sono parole di Samar al Mogren, scrittrice e giornalista saudita, balzata all’onore delle cronache per avere pubblicato il romanzo Donne del peccato (Saqi, Beirut 2008), che parla della condizione e delle storie di vita delle donne nelle carceri saudite. L’indice di Samar è puntato contro la Commissione per la promozione della virtù e la proibizione del peccato, un’istituzione nata nel 1926 composta di circa diecimila membri che agiscono come una “polizia religiosa”. Diecimila agenti che controllano che i precetti dell’islam integralista wahabita siano rispettati nel Regno.
Samar al Mogren, che cosa l’ha maggiormente colpita nei suoi incontri con le carcerate saudite? Ho incontrato donne accusate di oltraggio ai costumi e che non erano in carcere per la prima volta. Alcune mi hanno confessato di trovarsi in carcere per la sesta, la settima, addirittura la decima volta. La prima volta si era trattato magari di una detenzione per un motivo banale, che in molti casi non aveva determinato alcuna condanna: si era trattato di qualche giorno in cella, cui aveva fatto seguito il rilascio. Tuttavia quei poche ore trascorse dietro le sbarre avevano cambiato la loro vita. In modo particolare se erano state arrestate dalla polizia religiosa (ovvero dalla Commissione per la promozione della virtù e la proibizione del peccato), poiché il suo compito non si limita semplicemente a condurre le donne in carcere, ma anche a pedinarle, a contattare il loro posto di lavoro o di studio con lo scopo di escluderle dalla società. Ho scoperto addirittura che la donna accusata di omicidio ritornava al proprio lavoro dopo essere uscita dal carcere, al contrario di quella accusata di oltraggio alla morale. Perché mai? Mi fu spiegato che la donna omicida non viene arrestata dalla polizia religiosa, ma dagli organi preposti alla sicurezza, che non si intromettono in altre questioni e soprattutto non mirano ad annientare l’accusata come invece fa la polizia religiosa. Dopo essere stata arrestata da quest’ultima la donna è un essere distrutto sotto vari punti di vista.
Che cosa ci può dire delle carceri femminili saudite? Ebbene, sono luoghi che non auguro nemmeno al mio peggior nemico. Sono i luoghi del dolore estremo. Nelle carceri di Riad ci sono responsabili e direttrici che trattano con clemenza le donne. L’ho riscontrato con i miei occhi e mi è stato confermato da donne che una volta liberate non ho più incontrato.
Il suo romanzo, Donne del peccato, è ispirato a una storia vera? È vero che una volta lei è stata fermata con il suo figlio più piccolo per strada con l’accusata di passeggiare in compagnia di un uomo? Donne del peccato trae spunto dalle esperienze vissute dalle donne che ho incontrato. Il romanzo è la conseguenza di un’inchiesta giornalistica. Come ho scritto sul mio sito personale, «ho visitato le carceri femminili e i racconti che ho ascoltato mi hanno uccisa. Mi hanno penetrata al punto tale che non sarò più la stessa». L’evento che ha coinvolto mio figlio ha avuto luogo tre anni fa, per la precisione dopo la mia comparsa sul canale satellitare al Hurra nel programma al Majlis, durante il quale avevo appunto raccontato la situazione delle donne saudite incarcerate per via della polizia religiosa. Da quel momento avevo iniziato a subire violenti attacchi da parte dei membri di questa istituzione. Avevano preso a sorvegliarmi, pedinarmi per strada, quando uscivo dal lavoro. Quel giorno dovevo seguire una manifestazione che si teneva in collaborazione con l’ambasciata olandese a Riad. Dovevo intervistare il responsabile e mi sono trovata a subire un attacco brutale da parte della polizia religiosa in una sala pubblica in cui si trovavano più di cento persone, uomini e donne. Ero accompagnata da mio figlio, che ancora oggi porta le conseguenze psicologiche dell’episodio. Entrambi abbiamo trascorso la notte in osservazione all’ospedale, in stato di choc. Ho i certificati medici che attestano quanto ho appena affermato. Ho anche una fotografia che mi ritrae durante l’intervista e che attesta che ero vestita in modo i-slamicamente corretto.
Lei ha affermato che dietro molti arresti di donne saudite si cela la Commissione per la promozione della virtù e la proibizione del peccato. Questa istituzione colpisce solo le donne? Come opera? Non colpiscono solo le donne, attaccano uomini e donne deboli per via delle loro idee ritenute ingiuste e errate. Operano in una maniera semplice che non è conforme ad alcuna legge specifica. Sono loro che stabiliscono che cos’è il male, ad esempio i capelli che fuoriescono dal velo per strada. Pedinano le donne, chiedono loro di coprirsi i capelli e talvolta il viso.
A parte lei, qualcuno sta combattendo questa istituzione? Sì, un gruppo di intellettuali e giornalisti sta chiedendo l’eliminazione di questo organismo e chiedono a chi vi lavora di trovarsi un lavoro degno di questo nome.
Non ha paura delle conseguenze delle sue opere? Che lei scriva per un quotidiano kuwaitiano è dovuto al fatto che nel suo paese, l’Arabia Saudita, non le permettono di scrivere? Scrivo per il giornale, Awan, che non è una testata politica. Collaboro con un quotidiano kuwaitiano perché sono ostacolata nel mio paese. La battaglia contro di me è quella contro il mio essere donna. In Arabia Saudita si teme la donna “potente”, di successo. La paura, però, io l’ho superata da molto tempo. Comunque chi è latore di un messaggio forte e nobile deve avere anche coraggio.
È mai stata minacciata? Non voglio sfruttare questi fatti per mettermi in mostra come un’eroina, ma… sì, ho ricevuto minacce tramite e-mail e sms. Ma non ci faccio caso.
Qualcosa, anche grazie a lei, lentamente cambia. Di recente all’Istruzione femminile è stata nominata la prima donna ministro saudita ed è stato allontanato Ibrahim al Ghaith, presidente della “polizia religiosa”. Come vede il futuro delle donne saudite? Ho fiducia. Il cambiamento verrà, la vita migliorerà. Bisogna continuare a sperare.