Pubblicato il 03/09/10 alle 12:31:07 GMT pubblicato da Una_via_per_Oriana
I figli sono percepiti dalla nuova comune sensibilità della più parte degli europei come un’inutile scomodità, come tempo sottratto alla carriera lavorativa, come un superfluo ed evitabile costo aggiuntivo Non facciamo più figli. In nome della comodità, del lavoro e di mille altre scuse l’Occidente moderno, Europa in testa, vuole godersi i suoi soldi senza avere troppe preoccupazioni. I figli sono percepiti dalla nuova comune sensibilità della più parte degli europei come un’inutile scomodità, come tempo sottratto alla carriera lavorativa, come un superfluo ed evitabile costo aggiuntivo.
La mentalità economicistica oggi imperante induce a valutare la nascita di un figlio solo e soltanto sotto l’aspetto del costo: come se l’avvento di una nuova creatura umana fosse limitato e limitabile ad un semplice criterio di natura contabile.
Se si volesse valutare il dato demografico con criteri puramente e strettamente economici – atteggiamento che ripugna assolutamente la coscienza cristiana della storia occidentale – si comprenderebbe velocemente che non vi è nulla di realmente positivo nel pessimo trend di nascite europeo.
Fare pochi figli non conviene, nemmeno economicamente. Molti dei cantori del “contenimento demografico” – oggi purtroppo tipico dello stile di vita occidentale moderno – predicano ai quattro venti l’opportunità e la convenienza del controllo delle nascite, della programmazione demografica e, in definitiva, della grande convenienza del figlio unico.
Se si ha un solo figlio – si dice – gli si può garantire un livello di vita “migliore” o quantomeno “dignitoso”. Alcuni preferiscono nemmeno concedere ai propri figli il diritto a nascere: perché non gli si potrebbe garantire una “vita dignitosa”. E così l’aborto – assieme ai suoi modernissimi suffragati pseudo-scientifici come la Ru486 – diviene uno strumento utile ed indispensabile per controllare le nascite, la demografia e, più in generale, la crescita complessiva di un popolo.
A furia di controllare le nascite e di programmare la vita, in ogni sua fase, l’Occidente è giunto ad un punto di non ritorno: in cui anche i sistemi previdenziali e assistenziali si trovano a dover fare i conti con una popolazione di soli vecchi. I giovani non possono riuscire a sostenere, con il loro lavoro, il costo di queste società occidentali a trazione geriatrica semplicemente perché il numero dei giovani, in età lavorativa, è inferiore, aritmeticamente, ai vecchi da mantenere. La principale causa della crisi sistemica che sta colpendo le economie occidentali affonda le sue radici proprio nella gravissima penuria di figli che caratterizza la società europea.
Si potrebbe dire che l’Europa, a proposito della drammatica crisi demografica che l’attanaglia, sia vittima dei suoi stessi diritti e dei suoi stessi pensieri. Dal dopoguerra a oggi la situazione demografica europea – in base al rapporto tra nascite e morti – è spaventosamente indirizzata verso un rapido declino dei nostri popoli.
Il tasso degli europei che muoiono è nettamente maggiore rispetto al tasso degli europei che nascono: questo significa una sola cosa, ossia che i popoli europei hanno imboccato – per dirla con Oswald Spengler – la “via del tramonto”.
La strada europea del non ritorno, quella dell’estinzione etnica e razziale, quella dell’oblio del nostro sangue e della nostra identità più profonda, è correlata al contemporaneo vigore demografico di alcuni popoli stranieri che, contrariamente al decadente e deteriore trend demografico occidentale, prolificano in modo assai rilevante.
Lo scrittore americano Christopher Caldwell ha giustamente sottolineato che “la maggiore fertilità degli immigrati rispetto ai nativi riguarda soprattutto gli islamici”: il problema di fondo è che questa crescita islamica demograficamente esponenziale non si sta sviluppando in modo armonico con la realtà occidentale preesistente.
L’islam tende ad auto-segregarsi fondando la propria identità sulle diversità religiose, culturali e sociali che si evidenziano tra la tradizione musulmana e la tradizione occidentale cristiana e laica. L’islam cerca di crearsi degli spazi franchi all’interno delle terre europee: lo sviluppo di quartieri islamici in numerose metropoli europee dimostra chiaramente l’intento auto-segregazionista insito nella cultura di molte comunità islamiche oggi stanziate in Europa.
Molti analisti occidentali ritengono che anche gli islamici – stando in Europa e, quindi, subendo una certa “occidentalizzazione” dei costumi e del pensiero – progressivamente tenderanno a fare meno figli e si adatteranno al trend demografico che attualmente caratterizza il nostro tempo. Tale tesi potrebbe dimostrarsi assolutamente sbagliata e, nel medio-lungo periodo, potrebbe rivelarsi addirittura un vero e proprio boomerang per l’Europa che rischierebbe di essere abitata da una maggioranza di giovani leve aderenti alla religione islamica.
L’islam si è sinora dimostrato assolutamente e tenacemente impermeabile ad ogni tipo di influenza occidentale, sia nel campo dei costumi che nel campo del pensiero. E’ quindi ragionevole ritenere che, con buone probabilità, gli islamici che abitano le nostre terre – oggi per fortuna in minoranza – non si faranno minimamente influenzare neanche in merito alla concezione e alla sensibilità demografica: è quindi probabile, più che possibile, che nel giro di mezzo secolo l’Europa sia dominata demograficamente da popolazioni islamiche.
Al di là delle preghiere e degli ovvi scongiuri, questo pare essere – salvo improvvisi, clamorosi e inaspettati cambi di rotta – il destino finale di quello che fu, è e forse non sarà più il continente europeo.