Pubblicato il 04/09/10 alle 13:30:33 GMT pubblicato da Una_via_per_Oriana
Dobbiamo liberarci della paralizzante malinconia del '900 e dei suoi eroi moderni; noi siamo figli di una storia molto più lunga, sofisticata e complessa e dobbiamo recuperare le storie antiche Nel 2050, un tempo possibile e un orizzonte realistico davanti a noi, probabilmente non si sentirà più bisogno dell'architettura Nel 2050, se non avremo affrontato radicalmente i problemi ambientali, sociali e simbolici che stanno drammaticamente emergendo, l'architettura apparirà come l'arte superflua di un couturier di lusso.
Nel 2050, se l'architettura oggi non cambierà seriamente rotta, apparirà come una pratica anacronistica legata ai millenni passati, troppo lenta per dare risposte a un presente fluido, troppo rigida per dialogare con i desideri di una società in costante evoluzione.
Il mondo intorno a noi sta profondamente cambiando e insieme produce desideri, interrogativi urgenti che attendono risposte, sperimentazioni, visioni, anche, dall'architettura. Non sappiamo più che farcene di un'architettura individualista, autobiografica, supponente e cinica, sorda al mondo che la circonda, narcisistica, che continua a consumare in modo insensato territorio e risorse senza offrire, in cambio, soluzioni adeguate per un tempo nuovo. Stiamo cercando opere imperfette, pensanti, generose, epiche, capaci di aprire prospettive inattese, che non siano solo al servizio di un presente che è già passato.
Immaginiamo un'architettura capace di generare opere, figlie di un nuovo pensiero politico e sociale sulla realtà, e che si opponga a quella oscura voglia di auto-distruzione che il genere umano sta perseguendo con tanta persistenza.
L'architettura deve produrre teorie resistenti al tempo e al suo consumo, ma insieme deve interrogarsi su cosa vuol dire generare forme e spazi in un tempo fluido, mobile, instabile. Non possiamo continuare a immaginarla come una forma antica e orgogliosa di resistenza al mondo, e non invece un processo che produca nuove forme sperimentali.
Dobbiamo liberarci della paralizzante malinconia del '900 e dei suoi eroi moderni; noi siamo figli di una storia molto più lunga, sofisticata e complessa e dobbiamo recuperare le storie antiche, i miti, rileggendoli come si guarda a una eredità ricca e fertile che ci faccia produrre frammenti di futuro evoluti e maturi.
Non si tratta di una rassicurante dichiarazione di "ritorno all'ordine" dettata da un tempo di profonda crisi, anzi, riattivare un dialogo inedito con le nostre storie, riutilizzarle con libertà e consapevolezza, vuol dire recuperare matrici dimenticate per la produzione di nuovi racconti condivisi. Questo nuovo millennio dovrà essere dedicato al recupero paziente e amoroso di quanto abbiamo perduto costruendo archivi inediti, non mausolei alla memoria rimossa, ma luoghi di sperimentazione viva, di creatività accesa e spregiudicata in cui patrimoni, storie e desideri s'incontrino.
Nel XX secolo abbiamo portato avanti una sistematica opera di distruzione delle risorse e di impoverimento dei nostri patrimoni (biologici e culturali): cosa potrà attivare l'architettura perché questo nuovo secolo sia dedicato alla pulizia radicale di quanto abbiamo volgarmente sporcato? Deve cambiare il nostro rapporto con la Natura, oltre la verginità del neo Eden, oltre la logica dello sfruttamento, ma come entità viva, necessaria da interrogare con attenzione.
Ma quali orizzonti potrà esplorare l'architettura oltre la retorica convenzionale della sostenibilità necessaria?
Man mano che le grandi metropoli cresceranno, aumenteranno, per contrappunto, le aree di natura selvatica, abbandonata e autonoma. Insieme i cambiamenti climatici, con i conseguenti processi di desertificazione e di riduzione progressiva delle coste, imporranno logiche insediative completamente diverse, ancora tutte da esplorare. Siamo stati abituati a vedere la storia come un flusso costantemente in crescita (demografico, economico, benessere) che produce incessantemente beni e luoghi.